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Complimenti alla magistratura, che per indagare Gianfranco Fini (riciclaggio) ci ha messo sette anni, pochi in confronto all’ eternità. Non sappiamo come andrà a finire, però siamo a conoscenza di come tutto cominciò. Era il 2010. Dirigevo il Giornale (sissignori, quello della famiglia Berlusconi) dove scrissi articoli critici sul conto dell’ allora presidente della Camera, rimproverandogli di essere troppo duro nei riguardi del centrodestra, con i voti del quale egli era stato eletto ai vertici di Montecitorio, e troppo tenero verso la sinistra, che si esercitava quotidianamente nel tiro al bersaglio, vittima il Cavaliere, allo scopo di far cadere il governo. Fini infatti ogni giorno colpiva il suo socio in affari politici, Silvio, ricevendo gli applausi dei progressisti, ben felici di avere un amico tra i nemici.

I miei pezzi un po’ acidi innervosirono parecchio la terza carica dello Stato, al punto che decise di querelarmi per diffamazione. Nel processo di primo grado fui condannato a 1500 euro di multa. In quello d’ appello, celebratosi molto più tardi, quando il querelante non era più neanche parlamentare, venni assolto. Segno che non avevo torto. Ma questo è un episodio marginale, non per me bensì per il lettore che se ne fotte della mia trascurabile persona.

Lo stesso anno, il 2010, in estate fui messo al corrente da un grande giornalista, Livio Caputo, che Gianfranco aveva venduto per pochi soldi una casa a Montecarlo ricevuta in eredità da una nobildonna bergamasca. Motivo della donazione: finanziare la buona causa della destra.

Fini invece alienò il quartierino per altri scopi meno chiari. Tant’ è vero che l’ immobile risultò nella disponibilità di Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, convivente o moglie del presidente. L’ operazione secondo le nostre fonti era avvenuta in modo tale che l’ appartamento rimanesse della famiglia e non fosse destinato interamente a foraggiare il partito. Una manovra scorretta, per usare un linguaggio delicato.

Fini negò risolutamente ogni nostra affermazione, respingendola addirittura con indignazione quasi si trattasse di attacco a sfondo politico. Seguirono dibattiti televisivi in cui fui accusato di essere un servo di Berlusconi, colui che gestiva la macchina del fango facendo l’ interesse sporco del premier. Daria Bignardi, ora direttrice capace di Rai3, mi invitò al suo programma, Le invasioni barbariche, e mi tese un agguato: tu sei il giornalista che infanga il presidente della Camera. Poiché sul display del mio cellulare avevo la foto di un gatto purtroppo morto da mesi, mi sfotté: come si fa a tenere l’ effigie di una carogna anziché quella dei propri figli? Inutile dire che gliene dissi di tutti i colori. La registrazione della trasmissione si trova ancora su internet. Guardare per credere.

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