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Alle primarie del centrosinistra a Roma hanno votato circa 50mila elettori, diecimila in meno rispetto a Milano, che è molto più piccola rispetto alla Capitale. E la minoranza dem ora pone il problema del doppio incarico di Renzi (Palazzo Chigi e segreteria Pd)

Fanno riflettere i numeri sulle primarie del centrosinistra a Roma. Alle urne si sono recati circa 50mila romani, la metà rispetto alle primarie capitoline del 2013.

E meno elettori rispetto anche alle primarie di Milano, dove hanno espresso la loro preferenza 60mila cittadini: diecimila in meno nella Capitale. una differenza non da poco, considerando che Roma conta 1,344 milioni di abitanti, mentre Roma ne ha 2,226 milioni. Tutto il contrario di quanto avviene a Napoli, dove c’è stato un vero e proprio boom: circa 30 mila votanti contro i 16.500 delle scorse primarie. A fronte dell’affluenza flop di Roma la sinistra fa finta di nulla. O meglio, dice che tutto sommato è meglio così: “Nel 2013 – spiega il presidente Pd Matteo Orfini (commissario del partito a Roma) – era andata più gente ai gazebo, ma perché c’erano le truppe cammellate dei capibastone poi arrestati”.

Il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini parla di “risultato straordinario”. E nega che l’affluenza sia un flop. Anzi, parla di “festa della democrazia. I dati della partecipazione sono buoni in tutte le città e non ci sono state contestazioni”. Anche per il presidente della regione Lazio, Nicola Zingaretti, “c’è stato un calo nell’affluenza ma è nelle cose. C’è un grande tema di recupero di credibilità della politica e che sarebbe stato addirittura stupido pensare che non si manifestasse, quindi dobbiamo con umiltà leggere questi segnali, ma anche essere contenti che questo tema lo si sta affrontando”.

Intanto Roberto Speranza (minoranza dem) attacca a testa bassa la segreteria del Pd: “Guai a sottovalutare i numeri dell’affluenza alle primarie di ieri. Numeri che testimoniano un’inquietudine, un disagio di un pezzo largo dei nostri elettori rispetto alla traiettoria del Pd. Elettori che non capiscono dove va il Pd”. E prosegue: “Non è stato facile, inoltre, spiegare ai romani come un’esperienza del Pd si sia interrotta dal notaio”. Speranza va drittto poi a quello che, a suo dire, è il cuore del problema: “Il doppio incarico segretario-presidente del Consiglio non regge nei fatti. E’ un tema vero che riguarda non la minoranza del Pd ma la tenuta del primo partito del nostro Paese che è una cosa che ha a che fare con la democrazia”. Speranza ha parlato in conferenza stampa, alla Camera, presentando la tre giorni della minoranza dem in programma a Perugia dall’11 al 13 marzo. Poco prima Speranza aveva spiegato che, a causa dell’assenza del segretario nei territori, “i partiti locali si stanno trasformando in una sommatoria di comitati elettorali in cui le porte girevoli del trasformismo sono spalancate. La rottamazione – prosegue Speranza – è tradita e sbagliata se imbarca Verdini e lascia Bersani”.

Stefano Fassina, candidato di Sinistra italiana, gira il coltello nella piaga: “Si è determinata una frattura profonda tra il Pd e larga parte del popolo di centrosinistra che si è manifestata ancora una volta in un crollo nella partecipazione al voto. Ora la sfida è portare quel popolo a credere che un cambiamento è ancora possibile a Roma e in Italia”. Il ministro Graziano Delrio riconosce che c’è stata una flessione dell’affluenza, ma osserva che le primarie “si confermano uno strumento giusto”.

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