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Francesco Pischedda aveva 28 anni, era originario della Sardegna e viveva in Valtellina con la sua compagna e la loro bimba di 9 mesi. La sua storia la ricordiamo tutti. Alla fine è accaduto quel che si temeva: per la morte dell’agente Francesco Pischedda, in servizio presso la Polizia stradale di Bellano, morto nel Febbraio 2017 dopo le gravi ferite riportate alla caduta da un cavalcavia della statale 36 mentre seguiva un ladro, non ci sono colpevoli

Il giudice dell’udienza preliminare ha sciolto le riserve negli scorsi giorni, dopo la richiesta della Procura – risalente allo scorso Marzo – di archiviare il fascicolo d’inchiesta contro ignoti. Secondo quanto appreso dai media locali, alla (seconda) richiesta di archiviazione del caso gli avvocati dei famigliari dell’agente si erano, come comprensibile, fermamente opposti.  I famigliari infatti chiedevano che si indagasse sulla gestione dei soccorsi.

Stando a quanto racconta il quotidiano La Provincia di Lecco, il poliziotto 28enne, prima di essere trasportato in ospedale è rimasto a terra per oltre due ore, sotto la pioggia. Una volta diretto verso il nosocomio, il Gravedona, è stata riscontrata una gravissima emorragia interna provocata dalla rottura dell’aorta che in quell’ospedale non era possibile risolvere. Appreso questo, il giovane è stato quindi mandato all’ospedale di Lecco dove è arrivato quasi a sei ore di distanza dal fatto. Sempre secondo quanto raccontato dal quotidiano, il giudice ha accolto la tesi secondo cui i consulenti hanno attestato che le ferite erano così gravi che non avrebbero lasciato scampo alcuno al povero Pischedda.

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Sulle condizioni di Francesco “In seguito al volo il poliziotto ha riportato traumi al polso sinistro, la frattura esposta dell’omero destro, lesioni a entrambi alle gambe, ma anche traumi a reni, fegato e milza, probabilmente alle vertebre e al capo.

Eppure – spiegava allora un articolo de Il Giorno a firma di Daniele Salvo – a preoccupare non sono il polso e il braccio rotti, nemmeno le contusioni ai reni, al fegato e alla milza, né il polmone collassato o lo sversamento pleurico. Preoccupa semmai «l’addome a tavola», duro e teso, perché rigonfio del sangue perso dall’emorragia dovuta alla rottura dell’arco aortico e del primo tratto dell’aorta e che, paradossalmente, in qualche modo comprime la ferita rallentandone il dissanguamento”
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