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SOS1305991PER NON DIMENTICARE

Giovanni Lizzio era ispettore capo della Squadra mobile della questura di Catania – responsabile della sezione anti-racket.
Lo ammazzarono a soli 47 anni, la sera del 27 luglio 1992, a Catania nel quartiere periferico di Canalicchio, mentre era fermo in auto davanti a un semaforo. Per evitare la reazione di Lizzio, i 4 sicari gli spararono prima al braccio destro, poi mirarono alla testa. Gravemente ferito, l’ispettore morì poco dopo essere giunto in ospedale.
L’ispettore non solo dirigeva la sezione antiestorsioni con grandi risultati, ma era un vero e proprio simbolo della questura etnea.
Lizzio, sposato e padre di due figlie, era il poliziotto più conosciuto della città, la memoria storica; era colui che conosceva le dinamiche di Cosa Nostra, le vecchie leve e gli esponenti emergenti.
Aveva cominciato la sua attività a Napoli, per poi essere trasferito nella sua Catania, dove era nato in via Garibaldi, quartiere storico, quello stesso quartiere che aveva dato i natali a uomini che hanno fatto una scelta di vita diametralmente opposta alla sua. E lui quegli uomini li conosceva, li capiva.
Non è un caso che abbia avuto rapporti con pentiti e si sia occupato di importanti indagini grazie alle loro rivelazioni.
Poco prima di morire, il 18 luglio, aveva condotto un’operazione che aveva consentito la cattura di 14 uomini del clan Cappello, proprio grazie alle rivelazioni di un pentito.
Aveva iniziato nella sezione omicidi, per poi passare al nucleo anticrimine e, infine, da qualche anno, era diventato responsabile della sezione anti-racket: una sezione particolarmente importante visto che il 90% dei commercianti catanesi pagava il pizzo. Un’attività troppo zelante dell’ispettore non poteva che risultare scomoda per la mafia, che faceva leva proprio sul racket delle estorsioni per rimpinguare le proprie finanze.
Per l’omicidio dell’ispettore è stato condannato all’ergastolo, con sentenza passata in giudicato, il capomafia Benedetto “Nitto” Santapaola.
Nel 2007, è stato notificato un ordine d’arresto ad alcuni uomini dello stesso clan Santapaola: Filippo Branciforti, Francesco Squillaci e Francesco Di Grazia, accusati di essere gli esecutori materiali dell’omicidio.
Alla sua morte in alcune case di mafiosi furono stappate bottiglie di spumante.

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