Giudici contro giudici, è resa dei conti

cassazioneAnche a Palermo critiche al protagonismo delle toghe. Di Matteo: no comment «Giusta la protezione dei pm ma non si possono lasciare scoperti gli altri»
Le parole pronunciate all’apertura dell’anno giudiziario da Gianfranco Ciani e Giorgio Santacroce, procuratore generale e primo presidente della Corte di Cassazione, sulla «parabola discendente» della magistratura e il calo di fiducia nei cittadini provocato dalle liti fra pm, la loro «impropria esposizione mediatica» e «forma di protagonismo», il loro cedimento alle «lusinghe dell’immagine» e della politica, trovano eco proprio nel luogo dove tali considerazioni valgono forse più che altrove: Palermo. Ieri, su queste pagine, l’ex pm prestato alla politica, Antonio Ingroia, ha rispedito al mittente queste tesi, sostenendo che se sfiducia c’è, è da addebitare a quei magistrati che andavano a braccetto coi potenti e non a quelli fedeli alla Costituzione, e che il problema non sono i magistrati che entrano in politica, ma chi ha ristretto gli spazi di autonomia della magistratura inducendo alcuni pm a «scendere in campo» per porvi rimedio.

PRESTIGIO DA PRESERVARE
Poche ore dopo il presidente ad interim della corte d’Appello di Palermo, Vito Ivan Marino, ha invece ripreso il j’accuse di Santacroce e Ciani: «L’alta funzione affidata ai magistrati di applicare la legge – ha affermato – assume un carattere di laica sacralità, che immune da ogni atteggiamento di personale protagonismo, non può prescindere del carattere di indipendenza e imparzialità, di rigore e di obiettività». Per Marino «è essenziale inoltre il prestigio e la dignità dei magistrati che deve tradursi in comportamenti appropriati».

ISOLAMENTO DEI GIUDICI
Marino è andato oltre, evidenziando come la giusta protezione per i pm più esposti possa «isolare» chi giudica: «Non si può sottacere che la indubitabile contingente e pericolosissima esposizione a rischio in determinati processi di taluno dei magistrati della requirente, con conseguente adozione di dispositivi di protezione mai visti in precedenza, finisca per isolare e scoprire sempre di più i magistrati della giudicante titolari degli stessi processi». Parole pesanti come pietre che saranno risuonate inevitabilmente nelle orecchie di chi si è sentito chiamato in causa, che però ha preferito non intervenire: «Non intendo commentare» ha infatti replicato Nino Di Matteo, pm impegnato in un processo, quello sulla presunta Trattativa Stato-Mafia, sempre più difficile.

CULTURA ANTIMAFIOSA
E anche quando ha riconosciuto «il merito» di quella parte di società civile che ha «contribuito a far crescere, nelle giovani generazioni, la cultura antimafiosa», Marino non ha mancato di porre l’accento su un aspetto spesso sottovalutato: «Occorre però la dovuta attenzione affinché tale opera non guardi esclusivamente al momento repressivo dell’organizzazione criminale, ovvero sia in favore soltanto della pubblica accusa con, talvolta anche plateali, manifestazioni di protesta nei confronti della giudicante, rea soltanto di avere appunto giudicato in base agli elementi di accusa presenti nel processo, spesso insufficienti».

LA CADUTA
Nella sua relazione, infine, il presidente della corte d’Appello ha sottolineato alcuni dati allarmanti: a Palermo le estorsioni sono aumentate del 20%, i fenomeni di usura del 19, i reati associativi di tipo mafioso del 15. Inoltre il numero dei femminicidi è salito del 400%, mentre i tentati omicidi delle donne sono in aumento del 58%. Aumentano anche i casi di pedopornografia, pedofilia e stalking. Terminato il suo intervento, destinato a far discutere, il presidente Marino, mentre usciva dall’aula, è incespicato sul tappeto rosso, cadendo a terra e procurandosi delle ferite al volto, subito medicate in infermeria.
di Luca Rocca

Fonte Il Tempo

Roma, 25 gennaio 2015