“Quella volta che Giuseppe Beolchi mi fermò in auto, ma poi mi aiutò”: La lettera toccante dell’automobilista alla moglie del poliziotto morto in servizio

“Quella volta che Giuseppe Beolchi mi fermò in auto, ma poi mi aiutò”: La lettera toccante dell’automobilista alla moglie del poliziotto morto in servizio

La lettera di un automobilista alla vedova dell’agente morto: “Suo marito aveva grandi valori”

La scomparsa tragica di Giuseppe Beolchi, neanche a dirlo, fa ancora male.

Strazia la mente, la carne, stinge il cuore, lo stomaco. Provoca pianti, lacrime.

L’immagine o l’idealizzazione di Giuseppe è tale grazie e soprattutto alle testimonianze di amici e colleghi.

Testimonianze e parole mai banali, mai a caso, capaci di toccare e far emozionare anche tutti quei cittadini che Giuseppe non hanno avuto la fortuna di conoscerlo

Giuseppe Beolchi, figlio, padre, marito. Poliziotto e servitore dello Stato e – ci si perdoni la retorica – della collettività.

Giuseppe, che anche nel suo lavoro di poliziotto, come scrive Il Piacenza –

ha dimostrato sempre di avere un grande cuore e di essere sensibile ai problemi degli altri, anche di quegli sconosciuti che incontrava tutti i giorni sulla strada in pattuglia.

 

 

Un ricordo autentico, semplice ma pieno di significato, è racchiuso in una lettera che un automobilista di Milano

ha scritto alla vedova dell’agente tragicamente scomparso lo scorso 20 dicembre in un incidente con l’auto di servizio.

Quell’automobilista -racconta il quotidiano – era stato fermato dalla polizia,

da Giuseppe, perché aveva commesso un’infrazione al Codice della strada,

ma dietro c’era una storia umana, quella di un papà che stava vivendo un problema famigliare.

E Giuseppe ha intuito che in quel momento la priorità non era fare una multa, ma aiutare quell’uomo.

Ecco il testo della lettera, di cui ringraziamo la signora Beolchi e Il Piacenza

Gentile signora Beolchi,
lei non mi conosce. Le scrivo dopo aver letto la notizia della tragedia occorsa a Suo marito. Le racconto un episodio in cui l’ho incontrato.

Nell’inverno del 2016, una sera, mentre percorrevo l’A1, credo all’altezza di Casalpusterlengo, una vettura della polizia stradale,

una Bmw station wagon, mi ha lentamente affiancato, poi mi ha sorpassato e sul display posto sul tetto è apparsa la richiesta di accostare.

Ero al telefono con mia moglie, ricordo di averle detto che dovevo chiudere subito, dato che la polizia mi stava fermando e che l’avrei richiamata.

Dall’auto è sceso Suo marito, credo fosse capo pattuglia, quindi sono sceso anche io.

Con fare piuttosto brusco e deciso mi ha contestato che stavo utilizzando il cellulare alla guida.

Gli ho dato subito ragione, avevo effettivamente il telefono in mano che stavo utilizzando in viva voce e non ho accampato nessuna scusa.

Mi sono permesso però di spiegare la ragione del perché ero al telefono senza tutte le cautele del caso.

 

Il mio secondo figlio, che aveva poco più di un anno allora, era stato dimesso dall’ospedale di Parma a seguito di continue crisi di vomito per cui non cresceva e aveva bisogno del Ranidil,

un farmaco che di fatto era introvabile in quanto la produzione era temporaneamente sospesa.

Per questo lo avevo cercato a Milano, dove lavoro, in più farmacie ma senza trovarlo, avevo quindi telefonato a diverse farmacie di paesi lungo l’A1 senza successo, adesso sarei uscito a Piacenza per provare lì.

Suo marito, senza battere ciglio, ha lasciato perdere il motivo per cui mi aveva fermato,

ha preso il suo cellulare e ha telefonato a un suo conoscente farmacista di San Rocco, il quale dopo poco gli ha confermato di avere forse un farmaco equivalente.

Quindi, mi ha lasciato andare dopo avermi spiegato in dettaglio la strada e senza rinunciare a un richiamo ad avere maggiore attenzione, ricordandomi che mi aspettavano dei bambini a casa.

Andai subito in quella farmacia, con poca fiducia nel trovare il farmaco, ma anche per gratitudine per Suo marito e forse pensando anche che avrebbe controllato se la mia fosse stata una scusa.

 

Ricordo che il farmaco c’era, per quanto non in sciroppo ma in pastiglie, che avrei dovuto prima triturare e che poi sarebbe stato difficile dosare con cura, lo presi comunque.

Al mio arrivo, avevo detto al farmacista che ero il signore mandato dall’agente della polizia stradale,

che aveva telefonato poco prima, lui disse «ah, si, Giuseppe» e fece qualche complimento alla sua persona che ora non ricordo.

Ecco come seppi il nome.

Quell’episodio mi è rimasto impresso nella memoria.

La trasparenza della scala di valori di Suo marito, che già allora sospettai essere padre oltre che agente delle forze dell’ordine,

 

 

senza una prevalenza dell’uno o dell’altro in quella situazione.

Dato il motivo del mio essere al telefono, non ha ritenuto di multarmi, ma allo stesso tempo non ha rinunciato a richiamarmi per farmi riflettere sull’accaduto.

Da allora, quando più o meno settimanalmente percorro l’A1, osservo sempre con attenzione le pattuglie della stradale.

Quando ho notato la notizia su di un quotidiano on line, si parlava di polizia stradale e di quel tratto dell’A1,

l’ho aperta immediatamente con timore perché avevo letto il nome Giuseppe anche se la foto era quella di un ragazzo molto giovane.

Ho inserito nome e cognome su Facebook e in una foto più recente purtroppo ho riconosciuto subito Suo marito.

E ho letto del numero dei suoi figli, capendo ancora di più il suo gesto di quella sera.

 

Non ci sono parole, tantomeno mie, che possano lenire la sofferenza Sua e dei Suoi figli,

l’immensità improvvisa di questa perdita in un periodo dove le famiglie si riuniscono e si celebrano.

Ho pensato tuttavia che il ricordo di Suo marito attraverso gli occhi di uno sconosciuto potesse esservi di sollievo, per quanto in misura minima, come una goccia nell’oceano.

Mi auguro di non essere stato invadente.