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L’ Arma dei carabinieri è una famiglia, mi assistono, vengono a trovarmi, mi danno tutto quello di cui ho bisogno”.

L’orgoglio del carabiniere ferito “Sono in carrozzella ma ottimista”

Giuseppe Giangrande, carabiniere, cinque anni fa venne raggiunto dai colpi di pistola di un uomo, Luigi Preiti, che si era diretto verso Palazzo Chigi per colpire i politici che tanto odiava.

Sulla sua strada trovò Giuseppe che, per spirito di servizio, tentò di disarmarlo e rimediò una pallottola che raggiunse la spina dorsale.

Oggi il carabiniere è costretto in una sedia a rotelle. Lo assiste la figlia, visto che lo moglie morì pochi mesi prima della tragedia. Ma è felice, vive la vita che la sorte gli ha maledettamente messo di fronte.

“La lesione alla colonna vertebrale è molto alta, arriva fino alle scapole – si racconta Giangrande in una intervista a Libero – forse, se la terapia andrà bene, i nervi potranno essere un giorno ricollegati ai muscoli e potrei recuperare l’ uso delle mani”. Inspiegabile ottimismo.

“Mi sto curando”, spiega. “Però dopo 5 anni mi ritengo fortunato” perché “tutti i giorni appena mi sveglio vedo mia figlia, l’unica cosa che mi è rimasta. Vive ancora con me, qui a Prato.

È libera di andarsene in ogni momento, ma ha deciso di dedicarsi a me. Ma non siamo soli, la casa è frequentata, proprio ieri è passato a farmi visita il generale Del Sette. L’ Arma dei carabinieri è una famiglia, mi assistono, vengono a trovarmi, mi danno tutto quello di cui ho bisogno”.

Anche la politica ha fatto suonare le sue campane. In molti gli hanno chiesto di candidarsi ma lui vuole “restare senza regola né peccato, libero di dire ciò che voglio senza che qualcuno mi rinfacci di essere di destra o di sinistra”.

Il motivo gli fa onore. “Ho sposato le leggi dello Stato – dice – e la fedeltà all’ autorità, qualcosa di più grande di me: ai carabinieri ho dato tutto, comprese gioventù e salute, e ho avuto tutto, cosa vuole che me ne importi della politica?”.

Anche perché “i politici parlano tanto ma io credo che nessuno sia in grado di cambiare davvero le cose”.

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Le parole di Giuseppe Giangrande stupiscono il lettore. Come può una persona che fino a cinque anni fa “ero uno sportivo, correvo, facevo palestra, andavo in bicicletta”, vivere con tanta serenità la sedia a rotelle e l’impossibilità di avere mani prensili? “Me ne sono fatto una ragione e ho messo la retromarcia.

Ho sostituito tutto con la fisioterapia, ora in palestra per me ci va Martina, mia figlia”, spiega. E poi “mi aiuta il mio carattere e il fatto di essere entrato nei carabinieri a 17 anni: l’ Arma ti forgia, ti fa diventare un uomo. Non ho mai momenti di abbattimento o depressione”.

E quando pensa a quell’aprile di cinque anni fa non lo fa con dolore, né odio. Pensa “che era un giorno qualsiasi e che doveva andare in quel modo. Se non avesse colpito me, Preiti avrebbe colpito qualcun altro, ma il risultato non cambiava”.

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Dell’attentatore, condannato a 16 anni di carcere, non gli “importa più nulla”. “Non lo penso e mi va bene così – dice Giangrande – Tanto quel che ha fatto non può cambiare, non si può andare né avanti né indietro.

È uno che odia la politica e nell’ impossibilità di sparare a un ministro ha attaccato noi con la divisa, perché ci ha identificato come servitori dello Stato. Non è un pazzo né un disperato, è un violento. Voleva colpire la casta e se l’ è presa con me, che certo non sono casta. È stata una fatalità, inutile rimuginarci sopra”.

di claudio cartaldo per il giornale

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