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angeli1La morte di Antonio, Vito e Rocco

ACCANTO A LUI FINO ALL’ULTIMO IL SACRIFICIO DEGLI “ANGELI CUSTODI”
(di ALESSANDRA ZINITI)

PALERMO – Non lo hanno lasciato solo. Sino all’ultimo. Fino alla morte, terribile, impietosa, arrivata su un viadotto d’autostrada. Quei mille chili di tritolo piazzati dalle cosche, insieme a Giovanni Falcone hanno fatto saltare in aria, tre dei suoi “angeli custodi”. Così li chiamavano quei ragazzi, tutti giovanissimi, che da anni avevano dedicato il loro servizio in polizia alla protezione del giudice più blindato del mondo.
Erano una dozzina, tre di loro hanno perso la vita per proteggerlo fino in fondo.
A nulla sono serviti i giubbotti antiproiettile, a nulla sono serviti i vetri e la carrozzeria blindata delle auto di scorta, a nulla sono serviti le pistole ed i fucili a pompa che questi ragazzi non abbandonavano mai.
Neanche quando, tranquilli, dopo avere lasciato Falcone sano e salvo a casa o in ufficio, si preparavano a lunghissime attese.

Antonio, Vito, Rocco. Bastano i nomi di battesimo per ricordare questi ragazzi. La notorietà di Giovanni Falcone aveva coinvolto anche loro. Li conoscevano tutti. La prima, comprensibile, immediata antipatia, il fastidio che ogni palermitano ha provato nei confronti di questi poliziotti dai modi bruschi e decisi, spesso dimentichi della sensibilità dei cittadini pur di garantire la sicurezza di Falcone, si era presto tramutato in ammirazione, solidarietà, spesso anche gratitudine per questi ragazzi disposti a rischiare la loro vita per un “pezzo” di Stato, come era Giovanni Falcone.

Lo avevano già fatto tre anni fa, sul lungomare dell’Addaura, quando avevano avvistato quello strano borsone da sub “dimenticato” sulla scogliera della villa estiva di Falcone. Al loro occhio esperto non era sfuggito. Di buon mattino, avevano fatto “sfollare” il giudice e la moglie, prima che quei 58 candelotti di dinamite avvolti in una tuta da subacqueo raggiungessero il loro obiettivo.

L’immagine dell’ esplosione di quel micidiale ordigno pilotato dagli artificieri aveva forse, paradossalmente, allontanato per sempre dalle loro menti il pericolo dell’ attentato.

Antonio Montinaro, campano di origine, era forse il più noto degli angeli custodi. Capelli scuri lunghi, sorriso accattivante, cordiale ma fermo nel respingere tante volte i giornalisti che tentavano l’ assalto al bunker di Falcone al Palazzo di Giustizia di Palermo, Antonio era forse il più “fedele” degli uomini di scorta. Ed è morto accanto a Giovanni Falcone. Era un poliziotto “speciale”. Aveva fatto la scuola di polizia di Bad e Carros in Sardegna. Era stato inviato in Sicilia, temporaneamente, ed era stato assegnato al servizio scorte, Giovanni Falcone.
Quella vita terribile, senza orari, senza gratificazioni, piena di rischi, gli faceva desiderare solo una cosa: il trasferimento vicino casa, vicino alla sua famiglia, alla moglie, alla sua bambina.
Poi, aveva cambiato idea. Aveva deciso di rimanere. Nei mesi scorsi aveva aperto un piccolo negozio di detersivi per la moglie. Da quando Falcone aveva assunto il nuovo incarico di direttore degli Affari penali del ministero di Grazia e Giustizia, Antonio era stato “prestato” ad altre personalità da scortare, ma non mancava mai l’ appuntamento del weekend con Falcone.
Da quando il giudice metteva piede a Palermo a quando riprendeva l’ aereo per Roma, Antonio gli stava alle costole. E anche ieri era puntuale ad attenderlo a Punta Raisi.

Vito Schifani, 27 anni, palermitano, lascia una moglie-bambina, Rosalia, 22 appena, ed una figlia di 4 mesi. Rosalia ha appreso la notizia dalla televisione. Un urlo. Come un fulmine, con la sua bambina, è volata al pronto soccorso dell’ ospedale Civivo, con un filo di speranza in fondo al cuore. La verità le è stata detta subito. Vito e un altro degli angeli custodi morti insieme a Giovanni Falcone.

Anche Rocco Di Cillo è morto all’ istante, dilaniato dal tritolo su quel viadotto d’ autostrada bombardato dalla mafia. Lotta ancora tra la vita e la morte l’ autista della Thema blindata, Giuseppe Costanzo, 36 anni.

Salvi per miracolo, non hanno più lacrime per piangere gli altri “angeli custodi” rimasti feriti, Paolo Capuzzo, 31 anni, Gaspare Cervello, 31 anni anche lui e Angelo Corbo, 27 anni.

la Repubblica – Domenica, 24 maggio 1992

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