“Guerra alle slot”: società civile contro le mafie e… lo Stato.

art006Per capire il paradosso di questo strano paese, provate ad immaginare qualcosa di diverso. Lo Stato che decide di vendere le droghe, magari autorizzando, previo pagamento di una tassa di concessione, le drogherie pubbliche. Luoghi felici ove chiunque lo volesse potrebbe “farsi”.

Ma a gestire la materia prima, regolandone alla fonte l’offerta, rimarrebbero le mafie. Lo Stato incassa, le mafie incassano, ma nella società regnerebbe il caos e la disperazione delle famiglie.

Per buona pace di Roberto Saviano che, per far conoscere il suo ultimo libro, è tornato a professore il vecchio tema della liberalizzazione delle droghe. «Per sottrarre la fonte di reddito alle organizzazioni criminali» -ha affermato – senza tener conto che le droghe creano dipendenza e le mafie ne regolano l’offerta, mettendo in crisi il mercato idilliaco ed istituzionalizzato da lui immaginato. Con questo esempio può apparire più forte l’ennesimo paradosso venutosi a creare nel nostro paese, dove i Governi sembrano perdere ogni remora nella logica della cassa, prelevando con PREU, la tassa sulle slot, il 12,7%, con una previsione di circa 3 miliardi in più, per un affare che vede il nostro paese al terzo posto al mondo con oltre 30 miliardi di euro l’anno.

Il fenomeno è oramai noto. Si chiama ludopatia: Video Lottery, video poker, video di tutto. Nei bar, nelle lavanderie, nelle tabaccherie. Tutto questo mentre drammi familiari da dipendenza si consumano a frotte e le comunità di recupero, sinanche a Medjugorie, si occupano, insieme a drogati ed alcolizzati, anche di loro: i ludopatici. Sullo sfondo la criminalità mafiosa, la ‘ndrangheta e la camorra (nda il termine è tecnicamente desueto, ma rende l’idea)

L’ultima operazione in Emilia Romagna nel gennaio scorso: 29 arresti, 150 indagati, 120 perquisizioni, sequestri per 90 milioni di euro in tutto il Paese. Una maxi operazione della Guardia di Finanza di Bologna che aveva smascherato un vorticoso giro d’affari del calabrese: Nicola Femia, boss di Marina di Gioiosa Jonica, trasferitosi In Emilia Romagna, dopo una condanna per traffico Internazionale di cocaina, che aveva smantellato alcuni anni prima la famiglia Mazzaferro di cui Femia faceva parte. Femia distribuiva slot con schede taroccate per aumentare i volumi d’affare, ossia le perdite dei giocatori. E proprio nel lucroso business della distribuzione degli apparecchi che si inserita la criminalità organizzata, attraverso società con prestanomi. Un interesse non recente, come alcuni giornali sostengono. Solo che ieri tutto avveniva nell’ombra. Dal 2003 lo Stato ha legalizzato i giochi.

Ma a protestare è stata la società, a partire dall’iniziativa di una barista di Pavia, Monica Pavesi, che alcuni mesi fa aveva spento le slot nel suo bar. Il suo esempio è stato seguito in maniera contagiosa. Oggi sono oltre 200 i bar antislot in Italia, ma stanno crescendo rapidamente, stanno facendo network. In molti casi, al loro posto, libri e cultura.

Il paradosso è questo: la società civile dà lezioni di etica e combatte Stato e Mafie associati dalla passione comune per le slot.

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