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“Questa legge è nel nome di Alfano e Schifani, andatevene affanculo”. L’invito decisamente poco parlamentare del senatore pentastellato Alberto Airola, solitamente fra i più controllati nel suo gruppo nell’uso delle parole, può essere ritenuto segno di nervosismo. Il motivo potrebbe essere la pubblicità data dalla senatrice Cirinnà ad un sms nel quale Airola assicurava l’intestataria della legge sulle unioni civili che il gruppo del M5s era d’accordo nel votare il famoso emendamento canguro e la mattina dopo avrebbe ufficializzato la posizione. Così non è andata ma delle due l’una: o nei cinque stelle non c’era poi questa pregiudiziale e adamantina contrarietà a quel tipo di espediente procedurale oppure Airola ha mentito all’esponente del Pd, avvalorando così i successivi pesanti attacchi del partito di Renzi a proposito degli infidi tatticismi dei grillini. Airola per la verità aveva subito replicato che la posizione del gruppo in quel momento era ancora ufficiosa. E il testo del messaggio lo conferma. Bene. Ma allora c’è anche un altro problema, di carattere generale. Il giorno dopo, il gruppo, cioè le stesse persone, hanno cambiato idea. In base a cosa? Lecito immaginare un intervento esterno, magari di Casaleggio. Ma si può solo immaginare, perché del dibattito interno ai cinque stelle nulla è ricostruibile con certezza anche in questo caso. Il che per un movimento che aveva iniziato all’insegna della trasparenza e addirittura della diretta streaming può apparire un notevole segno di omologazione a quanto aveva criticato. Un certo nervosismo è dunque comprensibile.

Massimo Bordin

Roma, 27 febbraio 2016

fonte ilFoglio

 

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