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Roma. Dopo l’ennesima settimana di tensioni plateali sulla direttrice Roma-Berlino-Bruxelles – in materia di flessibilità fiscale, unione bancaria o politica migratoria che sia – lo storico Antonio Varsori ritiene sia giunto il momento di osservare che “la politica di Matteo Renzi rispetto all’Unione europea si sta configurando come un ennesimo elemento di rottura di questo governo rispetto a quelli che lo hanno preceduto”. Non è ancora il momento, invece, di sbilanciarsi sugli esiti di questa netta discontinuità, dice al Foglio il professore dell’Università di Padova insignito della Cattedra Jean Monnet per i suoi studi sull’integrazione comunitaria.

Affermare pubblicamente – come ha fatto il presidente del Consiglio – che l’Ue è tutt’altro che infallibile e che il nostro paese ha il dovere di agire come un pungolo per correggere le scelte di Bruxelles, è davvero una novità? “E’ almeno dal 1979, cioè dall’adesione dell’Italia al Sistema monetario europeo (Sme, ndr), che il cosiddetto ‘vincolo esterno’ è stato considerato dalle élite europeistiche del nostro paese come uno strumento potentissimo per spingere governi deboli a prendere decisioni impopolari. Perché ‘ce lo chiede l’Europa’. Un’idea sposata in particolare dall’élite tecnocratica della Banca d’Italia”, dice Varsori. Secondo il docente, sposare tale approccio ortopedico “è stata una scelta italiana prim’ancora che europea. Si pensi agli sforzi, ai tempi di Romano Prodi, per entrare a tutti i costi nel gruppo di testa che avrebbe utilizzato la moneta unica”. Oppure al legame “tra lo sconquasso di Tangentopoli all’inizio degli anni 90 e il fatto di essere stato l’unico paese europeo in cui dei tecnocrati siano andati così spesso al governo”. Ancora nel governo Letta, immediatamente precedente a quello attuale, “il presidente del Consiglio apparteneva a un establishment europeista doc e il ministro dell’Economia veniva dalle fila della Banca d’Italia”. “Ora la situazione è quantomeno nuova – dice Varsori – Renzi da sei mesi attinge a piene mani dalle argomentazioni degli euroscettici, ma lo fa guidando l’unico partito politico italiano solidamente europeista”.

Renzi agisce da euroscettico solo per accarezzare il pelo degli italiani nel verso giusto oppure lo fa perché ritiene in questo modo di strappare concessioni specifiche ai partner europei? Insomma, il dàgli agli euroburocrati e ai doppi standard merkeliani è solo tatticismo elettorale o una strategia diplomatica? Varsori risponde andando controcorrente rispetto alla maggior parte delle analisi lette nelle ultime settimane: “Se i toni accesi servono a lanciare un messaggio che rassicuri in qualche modo l’opinione pubblica, l’atteggiamento di Renzi è comprensibile. D’altronde è un dato di fatto che l’euroentusiasmo storico degli italiani si è tramutato in una diffusa attitudine eurocritica. Non solo in Italia, per un intero cinquantennio le opinioni pubbliche hanno lasciato che le loro élite prendessero decisioni che spesso potevano apparire poco chiare perché si era in presenza di uno scambio implicito: ‘Io cittadino comune non so tutto quello che accade a Bruxelles, ma in cambio mi vedo assicurare pace, crescita economica e welfare’. Dal 2008 tutto ciò ha iniziato a cambiare”. La crisi congiunturale e dei debiti sovrani “ha falsificato l’equazione immediata tra mercato unico e benessere economico”, dice il professore di Padova. E più di recente, “con la gestione emergenziale dei fenomeni migratori e le incursioni terroristiche nelle nostre capitali, si sono intaccate le certezze sul secondo effetto dell’Ue ritenuto più positivo dai cittadini del continente, cioè la pace e la sicurezza interna”.

Corrispondere a questi sommovimenti nell’opinione pubblica ha un senso, “molto più rischioso è invece pensare di ottenere, con questi toni, determinate concessioni ritenute utili a tutelare l’interesse nazionale”. Come dire che il vincolo esterno lo si può rottamare a parole, e ciò può utilmente rinfrancare cittadini spaesati e distanti governando così pulsioni distruttive, ma cestinare nei fatti quel vincolo esterno è tutta un’altra storia. “L’Unione europea, e prima di essa la Comunità europea, si è sempre basata sul mantenimento di un certo equilibrio fra gli stati più potenti, o fra questi ultimi e gruppi coesi di piccoli stati. Le dinamiche politico-diplomatiche di Bruxelles si fondano su simili regole non scritte. Al momento, tuttavia, l’Italia è sola in troppe delle sue battaglie”. Torna il tema delle alleanze che mancano. “Per la Germania, la costruzione europea, senza la Francia, non va avanti. Negli ultimi anni è cresciuto lo squilibrio economico tra Berlino e Parigi, ma quest’ultima non si collocherà facilmente e da sé al fianco dell’Italia: è pur sempre una potenza nucleare con un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu”.

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