Il figlio di Vito Schifani, angelo di Giovanni Falcone «Io, finanziere per battere il racket»

Antonino, perché questa scelta?
(Antonino) «Volevo darmi da fare, rendermi utile. Sembra una frase fatta ma è la verità».

(Rosaria) «Sono orgogliosa di mio figlio. Poteva lasciar stare, tirarsi indietro pensando che lo Stato aveva lasciato solo suo padre, nel senso che si poteva fare di più per evitare la strage. E poteva dirmi: mamma io preferisco girare il mondo, andare alle Maldive. Invece eccolo qui. Il giuramento per me è stata un’emozione unica. Lo osservavo e rivedevo suo padre, la sua passione. Manù aveva solo pochi mesi, Vito diceva: diventerà importante. È così. Ma non importante nel senso che molti potrebbero intendere: importante perché ha dei valori profondi».

Sua madre è orgogliosissima.
(Antonino) «Per seguire questa strada bisogna fare sacrifici e lei lo sa. Per passare il concorso, con 67 posti e 10 mila iscritti, ho studiato come un matto. Mi chiamavano gli amici, chiedevano: esci? Io: no. Anche San Valentino dell’anno scorso l’ho passato a studiare e non con la mia ragazza».

Perché la finanza?
(Antonino) «Perché fra le peculiarità ha il lavoro che porta a bloccare i flussi economici delle organizzazioni criminali. Della mafia».

Che ha ucciso suo padre. Allora aveva quattro mesi.
(Antonino) «L’ho conosciuto attraverso i giornali e la televisione, ma soprattutto attraverso i racconti di mia madre. È stata lei a dirmi della sua morte, con parole semplici: papà non c’è perché l’hanno portato via mentre faceva il suo lavoro, serviva una causa».

È cadetto. Cosa vuole fare da grande?
(Antonino) «Ora ho molto da studiare, mi devo preparare. Sembro presuntuoso se dico che mi sento già grande? Nel senso che essere qui è un obiettivo importantissimo raggiunto. Poi sarebbe bello essere assegnato a un buon reparto, magari in Sicilia. Vorrei lavorare lì, sì».

Avete lasciato la Sicilia da tempo.
(Rosaria) «Viviamo a Sanremo».

Tornate mai a Palermo?
(Antonino) «Ultimamente non tanto spesso perché da otto mesi studio qui, a Bergamo. In passato più spesso, lì ci sono i nostri parenti».

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