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Re Abdullah II Giordania in uniforme da combattimentoIn fondo, non è storia così diversa dall’ultimo libro dell’Iliade: il re e il padre del guerriero ucciso si incontrano e l’uno consola l’altro dell’incolmabile perdita, provando a condividerne il dolore. Allo stesso modo di Achille e Priamo privato di Ettore, il re di Giordania Abd Allah II ha abbracciato il papà del pilota giordano barbaramente ucciso dall’Isis, Mouath al-Kasasbeh. In quell’immagine trapelano i valori di un’etica guerresca che si fonde con la pietas umana, lo sguardo partecipe nei confronti del lutto più grave (il figlio che muore come simbolo del figlio di tutta una Patria) e la voglia di dimostrare che il suo sacrificio non sarà vano, il suo sangue non verrà perduto, ma sarà vendicato con altrettanta durezza.

È la somma tra l’approccio solidale con il suo popolo e la fierezza del capo di Stato il profilo di questo re inconsueto, che ora pare – anche agli occhi di noi occidentali – l’ultimo baluardo per resistere al fondamentalismo islamico, l’ultimo depositario della dignità e del coraggio di un mondo, quello arabo, che non vuole arrendersi alla barbarie. Erede del Profeta Maometto, ed esponente della sua dinastia, la stirpe haschemita, re Abd Allah proviene da una tradizione insieme araba, giudea e occidentale. Sua madre, Antoinette Avril Gardiner, era figlia di un ufficiale inglese, e di origine ebraica, suo padre Husayn discendente di quell’Al Husayn ibn-Ali che portava il titolo di Sceriffo della Mecca (degno continuatore dell’autorità di Maometto), ma anche sodale di quei britannici che sostennero la Rivolta Araba durante la Prima Guerra Mondiale, il più noto dei quali era Lawrence d’Arabia.

L’attrazione per il mondo anglosassone Abd Allah se l’è portata dentro, nel sangue e nel curriculum. Studi in Gran Bretagna, presso l’eccellente St. Edmund’s School, e poi negli States, dove frequenta la Deerfield Academy, sono i primi passi verso quella carriera militare che gli permette di accedere all’Accademia Militare Britannica nel 1980 e poi di arruolarsi nell’esercito di Sua Maestà come pilota. La formazione rigorosa e il carattere da mastino – associati a una passione mai nascosta per i film di Clint Eastwood – gli valgono presto in Gran Bretagna la fama di badass, ossia “tipo tosto”, niente male per uno che vuole scalare i gradi dell’esercito della Regina ma soprattutto arrivare a comandare il proprio, di Regno. Qui un colpo del destino o un aiuto del Dio del Vecchio Testamento gli danno una mano: come nella storia di Esaù e Giacobbe, il padre Husayn lo preferisce al fratello Hasan, affidandogli il trono. È il 7 febbraio 1999: oggi Abd Allah compie esattamente il suo sedicesimo anno nelle vesti di monarca.

Un quindicennio quasi in anonimato, offuscato dalla presenza affascinante della bellissima moglie Rania. Poi la svolta, dettata dai recenti tragici eventi. Abd Allah è negli Usa, in California, in visita da Obama, quando apprende della morte del pilota giordano, trucidato dai miliziani dell’Isis. Il sovrano non perde tempo: chiude la visita e torna subito in patria, a consolare il padre privato del figlio e a mostrare la rabbia e l’orgoglio di una nazione. All’indomani della morte di Mouath, fa giustiziare due jihadisti, tra cui l’irachena Sajida al-Rishawi, per cui era stato chiesto lo scambio con il pilota. Quindi promette, con frasi incandescenti, il riscatto di quel sangue innocente: “Daremo la caccia ai criminali, li colpiremo nelle loro stesse case”. Poco dopo riprendono i raid aerei della Giordania contro i fanatici dello Stato islamico, a bordo di quelli stessi F-16 su cui viaggiava Mouath, “pilota aereo ed eroe”, lo definisce lo stesso Abd Allah.

Il sovrano dismette allora le vesti ufficiali, con tunica e copricapo arabo, e indossa di nuovo gli abiti militari, quelli che ha vestito per anni nell’esercito, in una forma di identificazione tra il re e la vittima. Da pilota a pilota, mostra i muscoli e l’uniforme, palesando la forza di un popolo che non soccombe. Ora l’eroe diventa lui, Abd Allah, disposto anche a salire a bordo di un aereo per comandare un’operazione di guerra; e ad annunciare la disponibilità del suo esercito ad attaccare via terra le canaglie dell’Isis, riconquistandone le roccaforti. Capisce, re Abd Allah, che nessuno meglio di un pilota sa pilotare il suo popolo e guidarlo verso il successo. E così là, nel cuore del Medioriente, in una terra affacciata sul Mar Morto e sul fiume Giordano, dove fu battezzato Colui che è la Vita, rinasce, ancora una volta al terzo giorno, la speranza che il sacrificio di un innocente riesca a vincere il Male e la Morte. No, non prevarranno, almeno fintantoché la Giordania avrà un Martire e un Pilota, un Re e un Eroe.

di Gianluca Veneziani

Fonte Libero

Roma, 8 febbraio 2015

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