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renzi boschi

La falla nella riforma del credito cooperativo agevola le realtà toscane vicine al premier: almeno quattro istituti possono restare autonomi.

La riforma delle Bcc varata mercoledì notte dal governo Renzi, secondo il vicepresidente vicario di Confcooperative Maurizio Ottolini, è una «violenza istituzionale che ci riporta indietro di decenni, ai giorni del fascismo che sciolse le associazioni cooperative». L’associazione, che unisce le coop bianche sotto la cui ala si riunisce il variegato mondo del credito cooperativo (368 istituti), è stata scavalcata dall’esecutivo, accusato di aver «tradito le intese».Palazzo Chigi, infatti, non ha rispettato il progetto di autoriforma del movimento. Sarà istituito un gruppo unico cooperativo sotto forma di spa, partecipato dalle Bcc (che vi aderiranno tramite un contratto di coesione) e con un patrimonio netto minimo di un miliardo di euro. Questa formula avrebbe consentito il mantenimento dello spirito mutualistico e del regime fiscale ad hoc, rafforzando l’ossatura del movimento. Il presidente del Consiglio, però, ha previsto anche una «scappatoia» che, inizialmente, non era preventivata: le singole Bcc potranno non aderire, ma dovranno trasformarsi in società per azioni e disporre di almeno 200 milioni di riserve su cui si pagherà una tassa una tantum del 20 per cento. Una stranezza che ha causato il malumore di Confcooperative: lo scopo della riforma era infatti quello di unire il movimento per rafforzarlo, superando i singoli potentati locali. Che ora potrebbero rinunciare alla forma cooperativa, pagare un’imposta straordinaria (su riserve accumulate grazie anche alla natura di coop) e continuare a gestire in autonomia il proprio feudo.«Una falla disastrosa nella tenuta del sistema», ha concluso Ottolini ricordando come, a differenza di Renzi, «il governo di centrodestra ha capito e rispettato la natura cooperativa». E, infatti, il presidente di Confcooperative, Maurizio Gardini, ha subito avviato confronti a 360 gradi con tutte le forze politiche per cercare di bloccare i progetti renziani. La prima a rispondere è stata Forza Italia. Il vicepresidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, ha presentato «una interrogazione alla Commissione Ue affinché si verifichi la compatibilità della proposta con il diritto comunitario», ossia se l’imposta straordinaria possa configurarsi come un aiuto di Stato. «Non vorrei che la necessaria riforma del credito cooperativo si trasformi in un’operazione a favore di pochi amici degli amici, ovvero poche banche toscane, passando così dal giglio magico al fiorino magico».Tajani ha colpito nel segno. Informalmente il ministero dell’Economia (le cui valutazioni sono state come al solito ignorate da Renzi) ha fatto passare il messaggio che prevedere la holding unica come sola possibilità avrebbe creato problemi di costituzionalità del decreto. In realtà il dl agevola le Bcc toscane, da sempre contrarie ad abdicare alle proprie prerogative, e qualche altro ente come Banca di Bologna e Cassa Padana. Chianti Banca – che salvò il Ccf presieduto da Denis Verdini – e gli istituti che fanno riferimento al gruppo Cabel (Banca di Cambiano, Bcc di Pisa e Bcc di Castagneto Carducci) hanno sottolineato che valuteranno la possibilità di restare autonome. ChiantiBanca, in attesa dell’ok di Bankitalia per l’integrazione della Bcc di Pistoia e della Bcc del Pratese, punta a portare alla presidenza l’ex Bce Lorenzo Bini Smaghi. L’istituto, vicino al giglio magico renziano, era stato anche individuato come partner per il salvataggio di Banca Etruria prima che fosse commissariata. Il Tesoro ha precisato che il dl è modificabile prima dell’arrivo in Parlamento ma, se restasse così com’è, a qualcuno non dispiacerebbe.

di Gian Maria De Francesco

Fonte Il Giornale

Roma, 13 febbraio 2016

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