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In Italia, gli stranieri che si trovano irregolarmente sul territorio e che hanno commesso un delitto rischiano, oltre che la condanna alla pena detentiva, anche l’espulsione dal territorio dello Stato. Quest’ultima sanzione, però, sembra non poter essere concretamente applicabile a tutti: secondo un recente orientamento della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, infatti, nel caso di immigrati clandestini l’Italia non può mandare via i criminali pericolosi se il Paese nel quale verrebbero destinati non garantisce loro i diritti minimi che, al contrario, tutela la nostra Costituzione. Vediamo cosa dice la giurisprudenza europea.

Questo convincimento deriverebbe dall’interpretazione della direttiva europea sull’attribuzione, ai cittadini di Paesi terzi o apolidi della qualifica di beneficiario di protezione internazionale.

Sebbene la direttiva in questione ammetta la possibilità di revoca, cessazione o mancato rinnovo dello status di rifugiato se una persona costituisce un pericolo per la sicurezza dello Stato, se condannata con sentenza passata in giudicato per un reato di particolare gravità o se è un pericolo per la comunità dello Stato, per la Corte di Giustizia questa norma va interpretata nel senso che, se c’è il rischio di una lesione dei diritti fondamentali del reo, le autorità nazionali non possono procedere all’espulsione.

Per la giurisprudenza europea, quindi, anche se sono presenti motivi (quale la condanna per un grave reato) che giustificherebbero la revoca, non vengono meno i requisiti da cui dipende la qualità di rifugiato, relativi all’esistenza di un fondato timore di persecuzioni nel suo Paese di origine.

COSA SUCCEDE SE UN CLANDESTINO COMMETTE UN REATO?

Dobbiamo quindi concludere dicendo che, se un immigrato che beneficia dello status di rifugiato commette un grave reato in Italia, sebbene teoricamente gli debba essere revocata la qualità di rifugiato e debba essere espulso, non si può procedere a tanto se c’è il fondato sospetto che nel Paese di destinazione egli possa essere sottoposto a trattamenti disumani.
Ma non solo. Sempre per la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, gli Stati sono anche tenuti a rispettare le disposizioni della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e, quindi, ad assicurare il diritto al rispetto della vita privata e familiare, il diritto al lavoro, alla previdenza e all’assistenza sociale, nonché il diritto alla protezione della salute.

REATI DEGLI IMMIGRATI: COSA DICE LA CASSAZIONE?

Questo orientamento, riporta Laleggepertutti, non è poi così rivoluzionario: già i giudici italiani si erano resi protagonisti di diverse sentenze nelle quali si stabiliva che, se il rifugiato ha commesso un reato in Italia ma rischia di essere perseguitato o torturato nel suo Paese d’origine, non può essere espulso.

Secondo la Suprema Corte, ai fini dell’accertamento della fondatezza o meno della domanda di protezione internazionale, il giudice è tenuto ad accertare seriamente la situazione reale del Paese di provenienza mediante l’esercizio di poteri-doveri indagine e di acquisizione documentale, in modo che ciascuna domanda venga esaminata alla luce di informazioni aggiornate e non di formule generiche come il richiamo a non specificate fonti internazionali.

Ad esempio, costituiscono motivi ostativi all’espulsione quando in patria esistono leggi penalizzanti per i gay, ma anche se manca una protezione da persecuzioni in ambito familiare o da parte di terzi

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