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1016974_10153076370800724_1965296315_n(di Carlotta Ricci)

Avete visto il film “The Hurt Locker”? Se non lo avete ancora fatto, fatelo. Per tanti buoni motivi. Il primo è perché è assolutamente realistico. Me lo ha detto Mauro Gigli. Il secondo è perché spiega molto bene cosa si innesca nella mente di chi per tante volte, come si dice nel film, gioca a dadi con la morte. “Lanci e non sai come va”.

Il 1° Maresciallo, Tenente dopo la morte, Mauro Gigli, era proprio così. In un messaggio in privato scritto su Facebook del 3 giugno 2010 (poco meno di due mesi prima di morire) mi scrisse:
“Ho un paio di storie da raccontarti molto adrenaliniche sul viaggio verso Bala (Bala Morghab, dove i militari italiani presidiano una FOB, una base operativa avanzata, ndr.). Ti annuncio solo questo: a fine intervento il collega iedd spagnolo mi ha stretto la mano e mi ha detto: ‘Ognuno di noi ha 4 vite a disposizione. Tu oggi te ne sei giocata una’. Ma non è così, io sapevo cosa stavo facendo e potevo anche puntare “ALL IN”. Avrei vinto. Quando ci vediamo te le racconto, poi vedrai tu se possono interessarti…..”

Mauro Gigli era un “Iedd”, un geniere iperspecializzato nel trattare con gli Ied, Improvised explosive device, gli ordigni esplosivi improvvisati. L’arma preferita dagli insorti, consapevoli di non poterla spuntare affrontando i militari direttamente. Troppo attrezzati e preparati. La loro superiorità “tecnologica” ha imposto di trovare nuove tecniche.

Chi lo ha conosciuto bene lo ha definito “un uomo giusto”. Tutti gli altri lo consideravano “il migliore”.
Nel suo campo era una specie di mito. Su di lui e sui suoi interventi si raccontavano (e si raccontano) molti aneddoti che ormai hanno assunto i tratti delle legende. Era carismatico, trascinava. Per questo la sua morte ha lasciato in un primo momento molto smarrimento. Poi un vuoto incolmabile.

Ero lì quella sera del 28 luglio 2010. Era stato lui a dirmi di andare a filmare quell’intervento: un ied da disinnescare. Uno come tanti, perché Mauro Gigli, di missioni alle spalle, ne aveva parecchie. E di ordigni come quello ne aveva affrontati e vinti tanti.

Il convoglio esce dalla base all’imbrunire: il mezzo degli artificieri, il team che si occupa della sicurezza durante l’intervento, l’ambulanza. Totale: 8 Lince. Un distretto nella periferia di Herat, uno scenario tipicamente afghano fatto di case di fango, strade sterrate, strette e polverose. L’ordigno è proprio in mezzo a una di quelle strade: tre “scatole”, apparentemente innocue, a poche decine di metri di distanza. Mauro indossa la tuta: 40 chili di kevlar e acciaio che proteggono interamente dalla deflagrazione, dalle schegge di una ipotetica esplosione. Ma non dalla detonazione, l’onda d’urto.

Si dirige verso l’ordigno, lo raggiunge, lo ispeziona a lungo. Torna indietro. L’ordigno può essere disinnescato attraverso una “esplosione pilotata”. La carica da posizionare vicino all’ied viene preparata. Accanto al mezzo degli artificieri, il primo, il più vicino all’ordigno, posto di traverso sulla strada, c’è il Caporalmaggiore Capo Pierdavide De Cillis. Segue, organizza e prepara tutte le fasi dell’intervento. E assiste Mauro. Seconda “passeggiata” in direzione dell’ordigno, posizionamento della carica. Poi, quando Mauro è di nuovo accanto al suo mezzo, si procede. Una fiammata, l’esplosione. L’intervento è finito. L’ordigno è disinnescato. La tensione inizia a sciogliersi.

Manca l’ultima fase: il controllo. Mauro è già senza la sua tuta. Un piccolo gruppo si dirige verso l’ordigno ormai inerte: Mauro, Pierdavide e il capitano Federica Luciani, la wit. Si chiama così il team che si occupa di raccogliere i reperti degli ordigni dopo l’esplosione. Vanno studiati, per capire come vengono costruiti, con quali materiali, quali esplosivi.

È già buio. Non si vede nulla di ciò che accade al di là di quell’ultimo mezzo che indica il limite da non oltrepassare. Passano pochi minuti, e mentre il team iedd sta ripiegando e riponendo la tuta di Mauro, all’improvviso, un’esplosione. Qualche istante di smarrimento. Non era prevista. Nessuno se l’aspettava. I militari si guardano l’uno con l’atro cercando una risposta in ogni sguardo che incontrano. Sperando che qualcuno dica: “Non è nulla. È tutto sotto controllo”. Invece quella risposta rassicurante non arriva. Quegli attimi di sospensione vengono interrotti da urla che sembrano giungere dall’inferno. Si avvicinano dall’oscurità verso la luce dei fari dei mezzi allineati lungo la strada. È il capitano Luciani, lievemente ferita dall’esplosione. Impreca. E urla due nomi: Gigli e De Cillis. A quel punto non serve aggiungere altro.

Nelle quattro ore successive le “procedure” si svolgono nella loro automaticità. Il medico militare, con la scorta, si reca sul luogo dell’esplosione. Viene avvertita la sala operativa, in base. Il capitano Luciani riceve, a bordo dell’ambulanza, le prime cure. Si alzano in volo gli elicotteri che portano via i corpi e i feriti. Si attendono i carabinieri che devono effettuare tutti i rilievi. Trascorrono in tutto quattro ore.

Quattro ore in cui gli alpini mantengono la calma e il sangue freddo, seguendo alla lettera tutte le procedure. È molto rischioso rimanere lì, in quel luogo sperduto, di fronte al rischio reale di un attacco a fuoco. Di lacrime ne verseranno, ma solo una volta rientrati in base.

Le indagini sulla morte di Mauro Gigli e Pierdavide De Cillis si sono chiuse circa due anni fa.
Molti, però, gli interrogativi che restano ancora aperti.
Cosa è successo quella sera? Dov’era e come era fatto il secondo ordigno, quello che ha ucciso i due Iedd? Ordigno radiocomandato? Piatto di pressione? Secondo ordigno contenuto nel primo ormai reso inoffensivo? Come ha fatto Mauro Gigli, espertissimo, a non accorgersene?
Ma soprattutto, perché quell’intervento fatto di notte, con il buio?

Carlotta Ricci

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