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Bocciata l’ONU che ha fallito miseramente al di là del Mediterraneo. Promosso Bertolaso che ha dimostrato il piglio autorevole che serve a Roma. Bocciato Salvini ormai imbronciato come un bimbo bizzoso. Il Pagellone alla settimana politica di Lanfranco Pace

renzi

Non c’è bisogno di aspettare il referendum d’autunno per vedere se Renzi è solo un fortunato cacciatore di consensi o anche uomo con carapace attrezzato per momenti difficili. La partita vera si sta giocando adesso sulla scena internazionale. Non in Europa, dove pure ha condotto scaramucce opportune e persino divertenti ma con effetti ancora tutti da verificare. In Libia. Dove la liberazione repentina dei due tecnici italiani sequestrati da mesi non può fare primavera e si addensano nuvole assai nere.

Nel mezzo secolo che è durata la divisione del mondo in due, la guerra nelle sue forme tradizionali era uscita dal novero delle cose possibili: l’alternativa tra una brutta pace e l’apocalisse ha disabituato all’idea che soldati italiani potessero di nuovo morire in battaglia.

Negli ultimi venti anni invece per ben tre volte presidenti del consiglio sono stati confrontati a scelte politico militari: è il segno dei tempi in cui viviamo, dei rischi a cui siamo soggetti e già questo dovrebbe convincere i pacifisti senza se e senza ma (voto 4) ad andare davvero dal professor Angelo Panebianco (voto 10) ma per studiare e farsi spiegare come va questo mondo.

Il primo fu D’Alema (voto 9). Malgrado l’origine comunista, anzi proprio per questa, ebbe pelo sullo stomaco per mandare i caccia a bombardare Belgrado. Mandò anche forze di interposizione in Libano. Acquistò prestigio all’estero e pagò pegno politico in patria, ovviamente a sinistra.

Berlusconi (voto 9) aderì di slancio alla coalizione dei volenterosi a guida americana dopo l’11 settembre, le truppe italiane andarono in Iraq e arrivarono fino in Afghanistan.

L’Italia fu vista sempre più come partner serio, le forze armate guadagnavano sul campo e con il sangue unanime apprezzamento

In entrambi i casi però la politica nazionale non doveva rispondere da sola, non era in prima linea isolata, ma in solido con numerosi paesi, inserita in un quadro internazionale e poteva avvalersi di fronte all’opinione pubblica recalcitrante dell’evidente, storica eccezionalità degli eventi.

In Libia non c’è nulla di questo. Gli eventi cui assistiamo sono drammatici ma non immediatamente percepiti come pericolo imminente. Non c’è quadro di riferimento né nazionale né internazionale. L’Onu ha fallito miseramente. L’annuncio di un governo di unità nazionale è slittato di settimana in settimana e sembra ormai rinviato alle calende greche e se pure si riuscisse a metterne su uno raccogliticcio all’ultimo minuto sarebbe solo per salvare le apparenze: sul campo poteri e micropoteri resterebbero gli stessi. Cioè migliaia, tutti maestri nel doppio, triplo gioco e lesti a cambiare alleati più volte in un giorno.

Siamo dunque in una zona franca, incontrollata e incontrollabile, porosa alle milizie dalle bandiere nere annidate dei paesi confinanti o vicini: tutto sembra configurare la trappola ideale in cui attirare l’occidente.

Eppure tocca indossare stivali e andare. Non farlo avrebbe conseguenze peggiori, i taglia gole si radicherebbero a duecento chilometri dalle nostre coste: e maneggerebbero armi pericolose come il petrolio, i migranti, i terroristi.

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