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La tensione tra governo e magistratura politicizzata torna a tenere il campo, come ai tempi dei governi di centrodestra. Piercamillo Davigo sintetizza questa continuità sostenendo che “la sinistra ha fermato la lotta alla corruzione con più destrezza della destra; e Renzi fa le stesse cose”. I magistrati fanno gli offesi, lamentano “aggressioni” ogni volta che qualcuno sottolinea le lungaggini dei processi e la diffusione delle intercettazioni, comprese quelle del tutto irrilevanti per l’accertamento di responsabilità penali.

Il fatto però è che non c’è nessuna aggressione della politica nei confronti della magistratura, ma un’offensiva mediatica e non solo della magistratura associata nei confronti delle istituzioni elettive, cioè della democrazia. La pretesa di esercitare il “controllo di legalità”, potere che la costituzione non affida ai magistrati, che debbono invece perseguire specifici reati e sanzionare responsabilità personali, è diventata, nel corso dei decenni del giustizialismo imperante, una specie di dogma, una giustificazione dello strapotere esercitato o preteso dalla magistratura politicizzata.

L’offensiva in corso ha il sapore di una specie di attacco preventivo, messo in atto per evitare che in un sistema ordinato da una costituzione riformata e da una legge elettorale a due turni, si crei una maggioranza politica autonoma e forte, in grado di legiferare anche in materia giudiziaria senza il consenso preventivo della “terza camera”, cioè del Consiglio superiore della magistratura.

Una vicenda apparentemente secondaria, il rifiuto del Csm di sottostare alle norme di controllo della contabilità richiesto dalla Corte dei conti, con l’argomento specioso che il Csm dovrebbe godere dell’autonomia finanziaria che la costituzione garantisce al Parlamento e al Quirinale, è indicativa della convinzione della magistratura di poter esercitare una funzione istituzionale assai più ampia di quella descritta dalla Costituzione.

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