La profezia di Papa Ratzinger

In tutto il suo lungo cammino, Benedetto XVI – che compie 90 anni – ha ripetuto sempre la stessa cosa: che la Chiesa non si auto-crea, non vive per forza propria. E rinunciando al ministero petrino, ha ricordato che nessun Pontefice può credere di essere lui a «salvare» il popolo di Dio

Joseph Ratzinger compie 90 anni, e la sua vita appartata, che trascorre fragile nel «recinto di san Pietro», continua a dispiegarsi come un dono prezioso e un conforto per tanti, soprattutto se si guarda alla presente condizione della Chiesa. Non certo a motivo delle sparate grottesche, empie o perverse dei suoi veri aguzzini, i sedicenti fan che da anni lo offendono come un Antipapa, contrapponendolo all’attuale Vescovo di Roma. E non solo per lo sguardo lucido e connaturale sull’avvenimento cristiano che ha confessato per tutta la vita con la sua «teologia in ginocchio» (come l’ha definita Papa Francesco) e durante gli anni del suo magistero papale. In realtà, anche la sua stessa rinuncia al ministero petrino ha suggerito e continua a indicare a tutti qual è il cuore del mistero della Chiesa.

I nuovi pagani e la «Chiesa fai-da-te»
Nella sua lunga avventura cristiana, da teologo, professore, vescovo, cardinale e Papa, Joseph Ratzinger non ha mai attirato l’attenzione sulla sua persona. Soprattutto con le sue parole, ha sempre rimandato ad altro da sé. «Non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei portare da solo», disse nell’omelia per l’inizio del suo pontificato. Anche in quell’occasione, confessò di non voler presentare un vero programma di governo della Chiesa, perché «il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà, di non perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia».

In tutto il suo lungo cammino, fin dalla fatica appassionata dei suoi primi studi teologici, e seguendo le orme del «suo» sant’Agostino, Joseph Ratzinger ha ripetuto sempre la stessa cosa: che la Chiesa non si auto-crea, non vive per forza propria, non si auto-pone nella storia e nel mondo come una entità pre-costituita. Questa intuizione gli si chiarì quando aveva meno di 25 anni, nella breve esperienza pastorale vissuta come cappellano nella parrocchia del Preziosissimo Sangue, al centro di Monaco di Baviera. Già allora, Ratzinger percepì in tanti ragazzi delle classi alto-borghesi che frequentavano la chiesa una estraneità sostanziale alla fede e al cristianesimo, che pure si dissimulava nella partecipazione a riti e pratiche imposte dalla convenzione sociale.

Erano anni in cui, anche a Roma, le adunate oceaniche dei «berretti verdi» dell’Azione Cattolica alimentavano sentimenti di trionfalismo ecclesiastico. Qualche anno dopo, il 31enne Ratzinger raccolse le sue riflessioni in merito in una conferenza sui «nuovi pagani e la Chiesa», dove coglieva che il volto del nuovo paganesimo non era «l’ateismo orientale», e nemmeno si identificava coi processi di scristianizzazione iniziati dal Rinascimento, ma consisteva proprio in un «paganesimo intra-ecclesiale», che segnava innanzitutto le civilizzazioni dove l’appartenenza ecclesiale si era configurata fin dal Medioevo come «una necessità di fatto politico-culturale». Erano le situazioni in cui la Chiesa era percepita come «un dato a priori della nostra esistenza specificamente occidentale». Contesti in cui anche chi rivendicava l’appartenenza a priori alla Chiesa non credeva più davvero che tale riconoscimento di ordine politico-culturale avesse qualcosa a che fare con l’attesa e la speranza di salvezza eterna.

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