La profezia di Papa Ratzinger

I fan delusi della «rivoluzione papale»
È questa la «nota di fondo» che Ratzinger ha colto e seguito anche nella sua partecipazione al Concilio Vaticano II: la scoperta, sempre nuova, che la Chiesa è di Cristo, Luce delle genti. E che vive nel mondo come riflesso della Sua luce, cresce nel mondo in forza della Sua grazia. Era questo – ha ripetuto Ratzinger, teologo «conciliare» non pentito, per tutta la vita – il volto più intimo della Chiesa che il Concilio Vaticano II voleva riproporre al mondo, anche come sorgente di un autentico «aggiornamento».

Anche da vescovo di Roma, fin dalla citata omelia di inizio pontificato, Benedetto XVI ha voluto dire a tutti i battezzati che non era lui, e neanche loro, a «fare la Chiesa». Dopo la lunga stagione wojtyliana si avvertiva quasi il bisogno fisico di mettere da parte personalismi e protagonismi, alleggerire le strutture, sfoltire i documenti e i pronunciamenti, concentrare lo sguardo sulle cose essenziali che nutrono ed esprimono l’ordinarietà della vita cristiana: la preghiera, i sacramenti, le opere di carità. Nondimeno, anche gli anni del suo pontificato sono stati segnati dai programmi e dalle manovre di chi perseguiva all’ombra del suo nome il progetto di una «rivoluzione papale», magari pensata come revisione e correzione dei veri o presunti «guasti» post-conciliari, sintonizzata con l’idea di una Chiesa «protagonista», che identifica la propria missione con l’affermazione della propria rilevanza mondana.

La parabola del pontificato ratzingeriano, nella parte finale, ha deluso innanzitutto quanti avevano investito sul progetto di una «rivoluzione papale» guidata dal «Papa condottiero» in lotta continua per omologare gli organigrammi ecclesiali all’ideologia «muscolare» delle battaglie culturali. È sintomatico che i primi a parlare delle possibili dimissioni di Papa Benedetto XVI furono testate e personaggi «ultra-ratzingeristi», pronti a liquidare come manifestazione di debolezza i toni «penitenziali» assunti da Ratzinger davanti agli scandali della pedofilia clericale. Il Papa bavarese, innalzato in precedenza come una bandiera identitaria, «perdeva colpi», e agli occhi di certi ex estimatori sarebbe stato opportuno sostituirlo con qualcuno di più «energico».

Papa Ratziger non ha rinunciato al ministero petrino per cedere ai ricatti di ratzingeristi «pentiti». Nemmeno gli scivoloni e i disastri causati da suoi collaboratori e le meschinità e cattiverie alto-ecclesiastiche scoperchiate da Vatileaks hanno avuto un ruolo determinante. Anche quei fatti incresciosi, guardati con sguardo di fede, non richiamavano tanto l’urgenza di un governo «di polso», come impongono le dinamiche di potere e i riflessi condizionati nelle aziende in crisi. Le magagne e anche gli incidenti provocati da veri o presunti «facenti funzioni» del Papa teologo mostravano piuttosto, una volta di più, che le sorti della Chiesa non possono mai essere ultimamente sospese alle scaltrezze e agli errori, ai successi e ai fallimenti degli uomini di Chiesa e degli auto-occupati degli apparati clericali.

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