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Donald Trump è divenuto il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America, contro ogni pronostico e contro le numerosissime forze che si sono unite attorno al loro rifiuto per il magnate di New York e che vanno dalle élite culturali ai media internazionali, da hollywood fio al suo stesso partito repubblicano. Ma la sua forza, che troppo presto si è voluta definire populista, ha avuto la meglio e così oggi per l’America e per il mondo intero inizia una nuova era. L’era Trump dovrà rispondere a molti interrogativi: dal rilancio economico del paese alla piena occupazione, dagli accordi economici transatlantici e transpacifici, dalla riforma sanitaria alla delicata questione dell’immigrazione, dalle sfide geopolitiche in Medio Oriente alla difesa degli interessi americani, israeliani e occidentali in quell’area.

E ancora, la discussa – e ancora tutta da dimostrare – simpatia per Vladimir Putin, la creazione di un nuovo rapporto con la Russia, la questione della NATO e, soprattutto, la sfida alla Repubblica Popolare Cinese, che sembra essere il vero “nemico numero uno” di Trump. In questo caso, il neopresidente ha già dato un forte scossone alle relazioni quarantennali tra le due superpotenze, accettando una telefonata di congratulazioni per la sua nomina dalla signora Tsai Ing Wen, presidente della Repubblica di Taiwan, l’isola che fin dal 1949 la Repubblica Popolare cinese considera una provincia separata e ribelle. Un’onta che Pechino non ha gradito, ma alla quale forse deve iniziare ad abituarsi.
Insomma, la sfida è grande e ambiziosa, e di certo non dipenderà solo dai buoni uffici di Donald Trump che, anzitutto, deve cancellare l’ostilità che la sua figura incontra al Congresso degli Stati Uniti dove, seppure il partito repubblicano mantiene la maggioranza assoluta, il tycoon non gode ancora di stima e di entrature.

In ogni caso, Donald Trump è anche l’autore di un besteller sull’arte della mediazione, ragion per cui c’è da sperare che, al netto delle sue battute tranchant e della sua lingua affilata, sappia e voglia ritagliarsi un profilo più sobrio e riflessivo ora che è “comandante in capo” della nazione più potente al mondo. Trump è stato paragonato a molti importanti politici sui generis, da Ronald Reagan a Silvio Berlusconi, ma il suo stile – o l’assenza di stile – è unico e la sua ascesa alla Casa Bianca non è paragonabile e non ha molti precedenti nella storia americana. A cominciare dal fatto che la prima novità che porta alla Casa Bianca è il suo clan familiare, composto dai figli e dal genero della sua prediletta Ivanka, da cui non intende separarsi. Che questa sia apparenza o rivoluzione lo dirà la storia.

In ogni caso, un giorno prima dell’insediamento, arrivato a Washington D.C. dove ha presenziato al concerto inaugurale Make America Great Again! Welcome Celebration, ai piedi del Lincoln Memorial, ha dichiarato: “Non c’è mai stato un movimento come questo. Ed è qualcosa di molto, molto speciale”. Aggiungendo sarcastico “Esperti e sondaggisti si sono sbagliati su di me”. Ed è sin troppo vero. Mai come in queste elezioni presidenziali il popolo americano ha guardato al proprio futuro politico con timore e preoccupazione.
Oggi quell’incertezza rimane, e il mondo resta con il fiato sospeso in attesa di conoscere le prime mosse del presidente, ma lui giura che “cambieremo tutto”. Già, ma cosa di preciso? L’era Trump inizia con questo grande interrogativo.

Roma, 21 gennaio 2017
Luciano Tirinnanzi

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