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Roma, 25 aprile 2016 – Tra «Bella ciao» e «In the Mood», tra la guerra partigiana con una canzone che a posteriori ne è diventata un simbolo, alla guerra di liberazione evocata dallo strabusato swing di Glenn Miller che accompagna servizi e documentari tv di autori con scarsa fantasia. Il 25 aprile segna convenzionalmente l’ordine di insurrezione generale ma diventa per tutti, o quasi, Festa della liberazione, in cui va ricompresa la vittoria degli Alleati nella lotta al nazifascismo in Italia. Compresa, non esclusa, né accantonata.

Infatti non ce n’è quasi traccia nelle celebrazioni, nelle articolesse, nei blablà retorici e nelle interessate rivisitazioni della storia a uso e consumo della politica e dei partiti, con partigiani dappertutto e soldati “in retrovia”. La bilancia della storia dà un peso diverso rispetto a quella truccata dalla mancata condisione del nostro passato, che fa pendere un piatto da una parte. Sempre la stessa.

L’Italia è stata liberata da due armate alleate, che hanno risalito la Penisola sul fronte adriatico (VIII britannica) e su quello tirrenico (V americana), col pesante contributo di sangue del rinato Regio esercito – nelle tre fasi del 1° Raggruppamento motorizzato, Corpo italiano di liberazione e Gruppi di combattimento – e dei contingenti stranieri, tra i quali spicca il II Corpo d’armata polacco del generale Anders dove militavano i patrioti della Brigata Maiella.

I soldati americani che hanno perso la vita nella Campagna d’Italia sono stati oltre 32mila (due cimiteri, ad Anzio e Firenze), i britannici (intesi come Commonwealth) oltre 45mila (11 cimiteri), i francesi (e coloniali) circa 7.800. I polacchi di Anders hanno lasciato quasi 4mila croci cattiliche e ortodosse e stelle di David sulla terra italiana. Secondo i dati Istat del 1957 dall’8 settembre 1943 a maggio del 1945 l’Italia ha avuto 187.679 caduti, di cui 67.186 militari e 120.493 civili. I morti non attribuibili alla guerra partigiana sono 123.624, quindi i restanti dovrebbero appartenere alla Resistenza e alle truppe della Repubblica sociale.

Ma queste cifre stonano con altri numeri, forniti dalla Presidenza del consiglio dei ministri, secondo cui nell’«aprile 1954 il Servizio Commissioni per il riconoscimento della qualifica partigiana comunicò che il numero dei caduti in combattimento, ai quali fino a quel momento era stata riconosciuta la qualifica di partigiano, ammontava a 44.720. I patrioti civili uccisi per rappresaglia risultavano invece 9.180».

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