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È sempre più evidente che una larga parte del popolo italiano, che va dal ceto medio agli invisibili del lavoro, dalla borghesia impoverita ai reietti delle periferie, non tollera più le forme attraverso cui la nostra democrazia si perpetua e si manifesta. A cominciare dal rito elettorale. La sempre più bassa affluenza alle urne è il più evidente, anche se non l’unico, tra gli elementi rivelatori di questo disagio. Le inefficienze del nostro sistema di governo, la stanca retorica delle istituzioni e il diffuso malcostume nella pubblica amministrazione stanno allontanando l’elettorato dall’esercizio democratico.

Secondo gli italiani, è questo il dato, il sistema non è in grado di garantirgli quel benessere che un tempo era invece accessibile a molte fasce di popolazione. Dopo gli ultimi anni stentati, passati tra crisi reale e politica assente, una larga maggioranza del paese, spaventata e destabilizzata, si è così aggrappata al governo più dinamico che l’attuale classe dirigente poteva esprimere, il governo Renzi.

Renzi ha garantito le istituzioni dal cadere nelle mani del populismo e dell’Europa dei burocrati, e al tempo stesso ha salvato un’intera classe politica che rischiava di scomparire dalla storia. Ciò nonostante, il partito democratico, che di quella classe politica è primus inter pares, non gli è stato riconoscente e anzi ha opposto fiera resistenza al nuovo segretario, chiudendosi in un conservatorismo illogico nel timore che il “rottamatore” facesse tabula rasa del passato, quando invece egli era solo un argine al tramonto degli ultimi partiti usciti indenni dal Novecento.

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