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Scommesse per incamerare milioni su milioni. Giochi e tornei per lavare denaro, ripulirlo, reimpiegarlo. ‘Ndrangheta reggina, mafia catanese, famiglie pugliesi hanno messo le mani sul mondo del betting, si sono nascoste dietro le piattaforme di gioco e si sono spartite il mercato, finendo per controllare in maniera diretta o indiretta giocate per 4,5 miliardi di euro.

In manette per questo sono finite 68 persone. In elenco ci sono boss e gregari delle più note famiglie di ‘ndrangheta di Reggio Calabria, dei clan catanesi e pugliesi, ma anche imprenditori e prestanome, tutti a vario titolo accusati di associazione mafiosa, trasferimento fraudolento di valori, riciclaggio e autoriciclaggio, illecita raccolta di scommesse online e connessa fraudolenta sottrazione ai prelievi fiscali dei relativi guadagni. Sotto sequestro sono finiti beni per oltre 1 miliardo di euro, mentre oltre 80 perquisizioni sono state svolte in tutta Italia.

È questo l’esito di un’inchiesta che ha visto lavorare gomito a gomito Guardia di Finanza, Polizia, Carabinieri e Dia. A coordinarla, la Direzione nazionale Antimafia e Antiterrorismo, guidata dal procuratore Federico Cafiero de Raho, che ha messo insieme i filoni investigativi sviluppati dalle procure di Bari, Reggio Calabria e Catania. Dalle indagini, è emerso che in Calabria, in Puglia, in Sicilia, tutte le mafie hanno messo le mani sul mondo delle scommesse online e hanno guadagnato miliardi grazie anche a società di gioco con sede all’estero e interessi in Italia. Un business che nasce da due “esigenze criminali”. Evadere il fisco e ingannare, l’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato, che vigila su giochi e scommesse, per le società con sede all’estero, guadagnare e riciclare denaro per i clan.

IL SISTEMA

“La ‘ndrangheta, la camorra, comunque le mafie in generale tendono a utilizzare il sistema del contante tramite questi sistemi di giochi e scommesse, quindi ottenendo degli affidamenti alle varie società e poi gestirsi il credito, questo è il punto primo – spiega il pentito Mario Gennaro – il punto secondo è che, per lavorare in determinati territori, se non fai degli accordi, non lavori”.

Il meccanismo è semplice. Alla base ci sono diverse società di gioco, per lo più con sede a Malta. Sono loro a creare tutta una serie di siti web su cui è possibile scommettere dai centri trasmissione dati o punti di ricarica sparpagliati sul territorio italiano. Ma i siti sono illegali e illegale è il modo di raccogliere le scommesse. In teoria, ogni transazione avviene per via telematica e l’Aams la può monitorare, ma quando le mafie ci mettono le mani il sistema cambia. Si punta in contanti e sono gli uomini dei clan a controllare i centri scommesse, cui viene aperto un vero e proprio fido che permette di rendere le giocate anonime. L’organizzazione è piramidale, via via che si sale di livello aumentano i guadagni.

Al vertice ci sono i bookmaker con sede all’estero, che in Italia si relazionano con i “master”, i responsabili sul territorio. In Calabria, i rampolli del clan Tegano e delle famiglie satellite avevano creato una società di fatto con le società “Planetwin365”, “Betaland” ed “Enjoybet”. In Puglia invece i clan Capriati e Parisi sembrano essere riusciti a mettere da parte le antiche divergenze, mettendo in piedi un proprio bookmaker estero con interessi e proiezioni in Brasile, Colombia, Nigeria, Romania, Vietnam, Panama, Paraguay Argentina, Russia. Lo stesso avevano fatto in Sicilia i clan mafiosi Santapaola-Ercolano, che tramite il gruppo Placenti erano riusciti a creare un proprio bookmaker, e il clan Cappello. Se si punta in Italia, ma il tavolo verde è all’estero, l’Aams non vede e le mafie possono riciclare e guadagnare.

Per comprendere come le mafie si siano mosse nel mondo del gioco online, determinanti sono state le dichiarazioni di un pentito, Fabio Lanzafame, professionista del betting e titolare di diverse società a cui si appoggiavano i siti illegali per la raccolta delle scommesse, che ha operato con i clan reggini, catanesi e baresi per lo sviluppo e l’imposizione sul mercato di varie piattaforme di gioco. È stato lui a svelare le nuove frontiere degli affari criminali. La mafia militare – si legge nelle carte – ormai ha ceduto il passo alla mafia degli affari e anche questa si va evolvendo.

“Io cerco i nuovi adepti nelle migliori università mondiali e tu vai ancora alla ricerca di quattro scemi in mezzo alla strada che vanno a fare così: Bam, bam!”, diceva al telefono uno degli indagati. “Io cerco quelli che fanno così, invece: Pin, pin! Che cliccano! – continua, mentre l’interlocutore ride – quelli cliccano e movimentano. È tutta una questione di indice, capito?”. Ai clan oggi serve gente che abbia dimestichezza con i computer e poche remore, perché basta un clic per guadagnare milioni.

I clan non si limitano ad inquinare l’economia legale con denaro sporco, ma diventano i maggiori attori del sistema economico, in grado di imporre le proprie regole di mercato. Le attività legali non servono più solo per riciclare, ma anche per guadagnare ulteriori, ingenti profitti. Per questo anche il profilo dei “picciotti” è cambiato. Certo, non dimenticano le origini. I rampolli del clan Tegano che controllavano tutto il settore scommesse in Calabria e da tempo avevano espanso la propria rete anche in altre regioni d’Italia, non dimenticavano mai di organizzare periodiche gite a Polsi, sede del santuario più di tutti caro alla ‘ndrangheta, con tanto di tappe di fronte alle carceri reggine per rendere omaggio ai parenti detenuti. Ma come hanno spiegato vari pentiti, è ormai solo un modo per fidelizzare gli affiliati, farli sentire parte di un’unica storia criminale

Ma più che in Aspromonte, i rampolli dei clan e i loro sodalizi erano habitué dei casinò di mezzo mondo, di hotel di lusso come il Bellagio di Las Vegas e di ristoranti stellati, dove non esitavano a scattare selfie da postare sui social. Sono loro il nuovo volto della ‘ndrangheta. Boss o picciotti che siano, quelli che sparano non servono quasi più.

“La politica si impegni contro le mafie”

“Ormai non esiste più una ‘ndrangheta, una mafia siciliana o pugliese, sono organizzazioni fluide che in accordo fra loro gestiscono affari diversi”, spiega il procuratore capo della Dna, Federico Cafiero de Raho. “Di questi rapporti abbiamo una fotografia sempre più chiara, vediamo anche da indagini ancora in corso come le mafie tutte lavorino insieme in diversi settori. Resta da capire se esista una cabina di regia stabile o se gli accordi maturino di volta in volta sui territori interessati, ma anche su questo stiamo lavorando”, continua Cafiero de Raho. “Con questa indagine si dimostra in modo chiaro di quale sia la ricchezza di cui dispongono queste associazioni criminali. Se si riuscisse a sviluppare un vero contrasto su questo fronte, se davvero se ne capisse l’importanza, si potrebbe risollevare l’economia di questo Paese”, conlude il procuratore che per questo si rivolge alla politica: “Il settore dei giochi e delle scommesse online presenta una serie di criticità perché chi vi opera può farlo anche all’estero dove i controlli non sono sufficienti a impedire che la mafia si infiltri. La politica presti attenzione perché, in caso contrario, l’economia legale e pulita continuerà a essere infiltrata dalle mafie e il Sud continuerà a essere la zavorra dell’economia. Se non battiamo le mafie l’Italia non sarà in grado di decollare”.

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