L’ex ministro Antonio Martino: ‘Draghi fa male all’Europa, Padoan all’Italia’

«Quelle sono battaglie ideologiche. Si accordino su un programma concreto e non necessariamente ampio. Abolire le Regioni, separare magistratura giudicante da magistratura inquirente, fare un’ unica aliquota fiscale e introdurre un welfare selettivo, per cui le medicine non siano gratuite per il milionario e il poveraccio. Su questi temi l’ accordo si può trovare e Berlusconi ha una visione comunque più vicina a Lega e Fdi che alla sinistra. L’ idea della grande coalizione con Renzi, presa in prestito dal modello tedesco, sarebbe un errore».

Lei che è per un governo forte, ha votato Sì al referendum?
«Ho votato No. Il referendum di dicembre era solo una mossa politica di facciata con cui Renzi voleva rafforzare il proprio potere. L’ unica cosa innovativa, ma in senso negativo, era il nuovo ruolo del Senato, ridisegnato come amplificatore delle Regioni, l’ ente pubblico più marcio di tutti. Il rafforzamento del potere del governo era affidato invece all’ Italicum, la riforma elettorale che la Corte Costituzionale ha bocciato».

Cosa pensa del governo Renzi?
«Non ha ridotto né le spese né il debito pubblico. Anzi, ha mandato via tre commissari alla spending review. Per il resto, Renzi non è un economista e non gli do tante colpe. Me la prendo invece con il ministro dell’ Economia Padoan, che non lo ha saputo consigliare e non ha tradotto in qualcosa di rivoluzionario le intenzioni dell’ ex premier».

Chi vince le elezioni in Italia?
«Non ne ho idea. Certo ritengo che il successo di M5S non sia inarrestabile. Calano. E anche il Pd è in grande crisi, non si sa bene cosa sia, è composto da persone che hanno radici politiche molto diverse, non c’ è più disciplina di partito, ognuno vuole distinguersi. A confronto la Dc delle correnti era un monolite. Ripeto, c’ è un corridoio vincente in cui il centrodestra può infilarsi».

Guardando all’ estero, si augura che in Francia vinca la Le Pen?
«Sarebbe uno schiaffo niente male ai benpensanti. Un modo per ribadire che la realtà non va per forza nella direzione in cui si sforza di indirizzarla il pensiero unico. Il terzo schiaffo, dopo la Brexit e Trump».