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SOS1308498Parigi, 26 ottobre 2013 – Alla fine di un Consiglio europeo in cui si è discusso di questioni epocali, dai flussi migratori nel Mediterraneo allo spionaggio tra Stati Uniti e Paesi alleati, ieri il presidente della Repubblica francese François Hollande si è dovuto mettere a parlare di campionato di calcio. Per confermare che «la regola del 75% vale per tutti, non c’è motivo che le squadre vengano esentate». Nella Francia della disoccupazione record (3,29 milioni di senza lavoro), delle fabbriche che chiudono (proprio ieri l’ultima Citroën C3 è uscita dallo stabilimento di Aulnay) e della Bretagna in collera per gli allevamenti in crisi, Hollande deve preoccuparsi pure dello stipendio dei calciatori.

Nel weekend dal 29 novembre al 1 dicembre i tornei francesi si fermeranno: niente Paris Saint-Germain-Olympique Lyonnais, cancellate tutte le altre partite di Ligue 1 e Ligue 2, ma stadi e sedi delle società aperti per vaghi «incontri di sensibilizzazione del pubblico», a prima vista molto meno avvincenti di un dribbling di Ibrahimovic. È una specie di clamoroso sciopero, proclamato non dai calciatori ma dai club: sono loro che in base alla legge fiscale in via di approvazione dovranno pagare allo Stato il 75% di tasse (sulla parte di salario dei calciatori che supera il milione di euro l’anno). E sono loro, i presidenti delle squadre, che hanno deciso la serrata, «per salvare il calcio francese che dà lavoro a 25 mila persone», ha detto il presidente dell’unione dei club e della squadra Le Havre (seconda divisione), Jean-Pierre Louvel.

Solo che non si ricorda una protesta più impopolare di questa: pure i colossali scioperi del 1995 contro la riforma delle pensioni proposta da Alain Juppé, che paralizzarono i trasporti e tutto il Paese, suscitarono meno nervosismo. Secondo un sondaggio Opinionway, l’85% dei francesi pensa che sia corretto imporre la tassa del 75% anche alle squadre di calcio, e trovano «ingiustificata» questa inedita protesta dei club. «Il calciatore più pagato, Zlatan Ibrahimovic, ha un reddito netto stimato in 14 milioni di euro l’anno. Pochi francesi verseranno una lacrima per chi guadagna l’equivalente di più di 1000 anni di salario minimo», sostiene Brigitte Bourguignon (responsabile sport del partito al governo Ps).
I responsabili dei club dicono che 13 squadre su 18 dovranno versare al fisco somme talmente ingenti che rischiano il fallimento, anche se il governo ha aggiunto un plafond: in ogni caso i club non dovranno pagare più del 5% del loro giro d’affari. In totale il fisco francese si aspetta di ricavare 44 milioni di euro, dei quali 20 versati dal solo Paris Saint-Germain delle star Ibrahimovic e Cavani. L’altro club miliardario, l’As Monaco allenato da Claudio Ranieri e di proprietà dell’oligarca russo Dmitry Rybolovlev, non verserà un euro perché è soggetto al regime fiscale del Principato di Monaco e non della Francia. A parte i casi eccezionali come Ibrahimovic (14 milioni l’anno), Thiago Silva (12), Cavani (10), Gourcuff (7,5), Valbuena (6,5) o Diabaté (3,3), il salario medio di un calciatore di prima divisione è di mezzo milione l’anno. «Abbastanza perché anche i tifosi non siano in grado di udire il lamento della parte più ricca del Paese», dice Arnaud Flanquart, autore di un libro sul futuro del calcio francese, mentre il grande Michel Platini è lapidario: «Con quello che guadagnano, i calciatori faranno parlare di sé». In realtà non sono i giocatori a scioperare ma i club, perché sono questi ultimi a dover pagare la supertassa. Ma non sono tempi per sottigliezze, le «giornate bianche» e il mondo del calcio sono impopolari e basta. Anzi, come scrive Le Monde in prima pagina, «indecenti».  (corriere.it)

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