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Ricordo il vecchio e amabile Pietro Ingrao che fantasticava soavemente su Lula, il sindacalista brasiliano del partito dei lavoratori divenuto presidente. Una mia deliziosa cugina, che vive in Brasile da quarant’anni, aveva dedicato a Lula il suo cuore di brasiliana adottiva, di donna di sinistra, e ne parlava come si parla di un secondo padre. A Otto e mezzo, in tv, passavano i testimonial della grande rivoluzione popolare strabordante speranze e futuro. Lula da Silva è stato il simbolo del riscatto, della lotta coraggiosa a fianco dei diseredati, dell’ascesa al potere che non tradisce le premesse in un paese grande e tormentato dalle oligarchie, dalle corporation e dai mille esplosivi giochi di potere sullo sviluppo, sulle materie prime, su una crescita impetuosa dopo decenni di paurosa arretratezza, di miseria diffusa, di dittatura militare eccetera. Sappiamo tutto, secondo lo schema convenzionale: in Brasile c’è sempre tanta allegria, tanto ritmo, tanta samba, tanto sesso gioioso, tanto carnevale, ma non è che se ne vedessero bene i motivi, in mezzo alla miseria e alla violenza della miseria.

Lula aveva le physique du rôle. Una faccia aperta, umanistica e profetica, con barba, occhi lucenti, sguardo vissuto, alcolico, e un messaggio di amicizia fraterna e di paternità per tutti al di là delle frontiere della politica, al di là delle stesse leggi della politica. Niente di crudo gli si poteva attribuire, niente di strumentale e di machiavellico: era la reincarnazione, dopo le tante illusioni e delusioni del castrismo, del caudillismo socialista, gaio, danzante, utopistico e vincente dell’America Latina. Una specie di Francesco a dimensione civile, ovviamente, e nazionale. Dovunque andasse, seduceva tutti. L’uomo di stato venuto dal popolo e per il popolo era un pegno di innocenza vittoriosa, di felicità politica a portata di mano.

Poi qualcosa è andato storto. Il suo governo tra il 2002 e il 2010 sembrò incline a fare e a far fare affari a strafottere, ad accompagnare la crescita vertiginosa del paese con tecnocrazie e metodiche capitalistiche diverse dalla leggenda sindacalista del potere di tutti e per tutti i lavoratori. Intorno alla crescita esponenziale del gigante petrolifero di stato, Petrobras, alla cui testa Lula aveva messo la pupilla dei suoi occhi poi suo successore alla presidenza, Dilma Rousseff, si cominciò a sentire aria di ricchezza opaca, di scambio improprio, di corruzione. Lula superò gli ostacoli, anche giudiziari, la croce toccò alla Dilma dopo il 2010, ma adesso il profeta è stato riacciuffato, per di più in termini personali, con inchieste e scrutinio della sua ricchezza privata, dallo scandalo, che non è una di quelle scemenze da quattro soldi che hanno eccitato grillini e casaleggi, è uno scandalo vero cifrato a molte decine di miliardi di dollari.

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