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Il 17 gennaio nell’ambito dell’indagine conoscitiva sullo stato del reclutamento nelle carriere iniziali delle Forze armate, in commissione Difesa si è svolta l’audizione di rappresentanti del COCER-Interforze.

Il Generale Francesco Maria Ceravolo, presidente del COCER Esercito “ritiene indispensabile modificare l’attuale status dei VFP1 e dei VFP4, con l’introduzione di un volontario in ferma pluriennale. Tale soluzione avrebbe l’indubbio vantaggio di garantire una maggiore opportunità di stabilizzazione, il reinserimento nel mondo del lavoro, nonché di assicurare comunque una crescita professionale alla categoria.Per favorire tali condizioni si ritiene indispensabile ripristinare la riserva nelle carriere iniziali delle Forze di polizia (il cosiddetto «patentino», ai sensi degli articoli 703 e 2199 del Codice dell’ordinamento militare), aumentare le riserve dei posti nei concorsi pubblici (secondo quanto già previsto dall’articolo 1014 del Codice dell’ordinamento militare), prevedere strumenti e sanzioni per le amministrazioni pubbliche che non ottemperino alla norma di legge, perché oggi è completamente disattesa dalle pubbliche amministrazioni, prevedere corsi di avviamento professionale e relativo premio di congedo per il personale che comunque non trova possibilità di sbocchi occupazionali con le modalità sopra elencate, consentire l’accesso a prestazioni creditizie e sociali dell’ente di previdenza (vale a dire che gli vengano riconosciuti gli anni prestati), infine, disporre che le spese relative agli accertamenti medici richiesti dai bandi di concorso siano a carico dell’amministrazione.Per il personale che non trova comunque sbocchi occupazionali nei casi precedentemente indicati si potrebbe, come già prevedono alcune leggi, dare al datore di lavoro privato la possibilità di usufruire di sgravi fiscali e previdenziali a carico dello Stato se assume il volontario per almeno cinque anni e, quindi, lo stabilizza nel settore privato.

Per i sergenti, ruolo alimentato dall’interno, non si vedono particolari necessità, se non un’armonica alimentazione del ruolo (per i graduati più anziani si potrebbe pensare a sbocchi sulla categoria successiva). Anche nel caso dei marescialli non ci sono problemi di arruolamento dalla vita civile: è auspicabile anche la possibilità di movimenti interni dall’alto verso il basso, opportunamente calibrati. Stessa cosa per gli ufficiali: non ci sono problemi per l’Accademia militare a reperire un numero adeguato di candidati. Si ritiene anche in questo caso di favorire i corsi interni, opportunamente graduati. Passo alle criticità degli arruolamenti. Allo stato attuale, stante le previsioni normative, si evidenzia come i concorsi in essere nella progressione di carriera debbano essere resi maggiormente fruibili dal personale dei vari ruoli, sburocratizzando le procedure e contraendo i tempi concorsuali. Ricordo che gli esuberi che ci sono in tutte le categorie sono dovuti ai continui tagli degli organici dell’Esercito, che è passato dai 190.000 uomini degli anni ’90 ai soli 89.400 previsti dai volumi organici della ricordata legge n. 244 del 2012. Nonostante i continui tagli, l’Esercito è sempre più impegnato in missioni in ambito nazionale ed internazionale.

Da quanto sopra citato appare evidente che la Forza armata non ha alcun problema di reclutamento per i ruoli che danno stabilità e certezza di sviluppo di carriera, mentre per il ruolo dei graduati e dei volontari in ferma è evidente che sussistono delle vulnerabilità, che rischiano di privare l’Esercito italiano del suo principale sistema d’arma, il soldato.

Non si può sottacere, infine, che in un sistema professionale con un’accentuata alimentazione interna dei ruoli è necessario supportare il trasferimento del personale con adeguate misure di sostegno, quali alloggi di servizio, corsie preferenziali per l’accesso ai servizi pubblici essenziali (asili nido, mense) e potenziare gli strumenti di supporto economico in caso di trasferimento del personale.

LEONARDO NITTI, delegato della Sezione Esercito del COCER. Sottolinea: “Come già rilevato dal Capo di stato maggiore dell’Esercito, Generale di Corpo d’armata Salvatore Farina, che ha evidenziato l’elevata età media dei volontari in servizio permanente, pari a 37 anni, è necessario che siano arruolati almeno 10.000 giovani leve, inquadrati come volontari pluriennali. Ad integrazione di quanto già detto dal presidente, faccio presente che fra 5 anni l’Italia avrà ridotto i militari in servizio nell’Esercito dai 190.000 degli anni ’90 agli 89.400 del 2024, in base alla riorganizzazione varata nel 2010 dal Ministro della difesa pro tempore, ma le Forze armate saranno composte da personale la cui età media sarà vicina ai 50 anni. Il progressivo logoramento dei militari è stato evidenziato in varie audizioni che si sono tenute in questi anni. Il quadro è allarmante: oggi l’età media del personale militare è di 37 anni, ma è destinata a salire a 42 anni nel 2020, impennandosi a 46 anni nel 2024, a meno di interventi specifici.

Con l’avvento del professionismo militare in seguito alla legge n. 226 del 2004 che sospese la leva a partire dal 2005, sono stati assunti militari passati poi in servizio permanente effettivo e, pochi, in ferma prefissata, ovvero quelli che vestono l’uniforme solo per qualche anno, provocando un pericoloso invecchiamento, tangibile soprattutto nei reparti operativi impiegati nelle operazioni nazionali ed estere, già oggi composti in buona parte da ultra trentacinquenni veterani in molte missioni.

La legge n. 244 del 2012 prevede una graduale riduzione delle consistenze organiche. L’attuale quadro del ruolo marescialli, già in esubero, subirà a breve un ulteriore incremento di 3.900 unità con l’inquadramento nel ruolo dei nuovi marescialli provenienti dal concorso straordinario per i militari arruolati ai sensi della legge n. 958 del 1986. Con questo ultimo concorso verranno inseriti nuovi marescialli che sono già vecchi, perché parliamo di un concorso riparatore di un riordino delle carriere.

Questa categoria, essendo comandanti di uomini a livello operativo, necessita di ringiovanirsi. Gli attuali strumenti già posti in essere non garantiscono la normale fuoriuscita dei marescialli, tale da rientrare nei volumi organici previsti dalla legge n. 244. Questa, peraltro, prevede uno strumento per ridurre i numeri del ruolo marescialli e ufficiali denominato Aspettativa Riduzione Quadri (ARQ).

Chiediamo, pertanto, di avviare in tempi brevi ed esclusivamente su base volontaria, lo strumento creato con tale legge.

FABIO MINISSALE, delegato della Sezione Esercito del COCER. Il problema degli arruolamenti nella Forza armata è oggettivamente reale. Se è vero che all’inizio dell’istituzione del volontario in ferma prefissata annuale la novità aveva incuriosito i giovani, con il passare del tempo questa tendenza è andata scemando. Tale calo di arruolamenti si può attribuire ad una serie di problemi riscontrati e ancora persistenti: mancanza di diritti fondamentali, permanenza nel precariato per un lasso di tempo smisurato senza progressione di carriera, nessuna possibilità di impiego ad alta connotazione operativa.

Di fatto, solo il personale VFP4 può essere specializzato e questo comporta per il personale con molti anni di servizio il dover continuare a svolgere incarichi pesanti e logoranti per molti anni, e contemporaneamente per la Forza armata una mancanza di giovani, che possa diminuire l’età media per il personale sempre più crescente. Basti pensare che dal momento dell’armamento al fatidico giorno di transito in servizio permanente effettivo (SPE) possono trascorrere fino ad 11 anni.

Il tempo eccessivamente lungo viene in considerazione che l’età massima stabilita per l’arruolamento è di 25 anni di età: in tale contesto, dai 25 anni possibili ai 36 anni in cui il personale potrebbe permanere nell’ambito del precariato, c’è il vincolo del rientro obbligatorio, del contrappello, nessun diritto allo straordinario e, come già detto, nessuna prospettiva di carriera, ovvero ci si arruola principalmente per transitare in altre Forze armate e adesso non più.

In virtù di quanto esposto, in un’ottica di professionalizzazione del personale e di prospettive di carriera, salvaguardando anche l’eventuale possibilità di sbocchi lavorativi nel mondo civile, è auspicabile che venga istituita la figura del personale in ferma pluriennale, che possa godere degli stessi diritti di tutto il personale, per tutelarne la dignità, e che venga presa in considerazione la possibilità di transitare nelle Forze dell’ordine, ma solo nell’ultimo periodo di ferma, senza ulteriori rafferme: ovvero, transito in SPE o nella Forza armata. Grazie.

GENNARO GALANTUOMO, delegato della Sezione Esercito del COCER. “Sono un comandante di minore unità, colui che impiega i soldati: gli uomini, le donne, i volontari in ferma prolungata, quelli che investono la loro vita nell’Esercito, che credono che magari passando attraverso l’arruolamento si possa trovare una soluzione di vita, un lavoro, una professione. Io sono un volontario del 1993, quando esisteva una formula di arruolamento che consentiva a un giovane di arruolarsi e sfruttare un percorso di formazione all’interno della Forza armata. Oggi il sistema è cambiato perché, recentemente, il volontario in ferma prolungata è passato da una certezza di impiego, che poteva essere nell’Esercito, nelle Forze di polizia (Arma dei carabinieri e Guardia di finanza), a una situazione ibrida perché i ragazzi che oggi si arruolano non hanno più certezza di trovare uno sbocco occupazionale.

Questo è il motivo che sta portando ad un crollo degli arruolamenti soprattutto verso le Forze armate: è il dato oggettivo. Oggi, da genitore, se dovessi consigliare a mia figlia di scegliere di rientrare tutte le sere in caserma alle ore 23, di sacrificare i sabati e la domenica, di limitare la sua libertà di movimento, perché questo è il nostro status, per 800 euro al mese, e senza una certezza dopo tanti anni di sacrificio che possono prevedere l’impiego nelle missioni all’estero o nell’Operazione Strade sicure e il rischio della vita, ci penserei due volte.

Penso che anche voi fareste lo stesso ragionamento da genitori, visto che oggi non esiste un’opportunità di sviluppo di carriera, anzi in molti casi costringiamo i giovani a ferme su rafferme, creiamo delle condizioni di aspirazione che di fatto crolleranno il giorno in cui verranno applicati i limiti numerici che purtroppo la politica ci impone.

Se si vuole un Esercito che vada nella direzione di servire la Patria efficientemente in tutte le circostanze, andare all’Aquila a spalare la neve, andare in Afghanistan a stanare i talebani, va benissimo, lo posso fare anche a 45 anni perché ho giurato fedeltà alla Repubblica, quindi lo farei fino all’ultimo e come me tutti i colleghi che sono qui presenti; ma se dovessi dire a un ragazzo «fallo, tanto poi ti mando a casa», non sarebbe la stessa cosa

Abbiamo creato un modello professionale, abbiamo voluto un Esercito di professionisti, abbiamo tolto la formula. L’Esercito si basa sul soldato. Gli altri nostri colleghi hanno bisogno della tecnologia; noi abbiamo bisogno degli uomini, dei ragazzi che a 20 anni sappiano sbalzare (come si dice in gergo militare), sappiano correre e raggiungere un obiettivo in un tempo utile, sappiano lanciarsi con un paracadute, sappiano sparare, siano efficienti. Se perdiamo questa peculiarità abbiamo dei grossi problemi nel funzionamento.

Questo è il concetto di un soldato che è cresciuto con la formula del volontario e che ha visto negli anni tanti ragazzi investire sulla Forza armata e che oggi, purtroppo, non possono più vedere nelle Forze armate una certezza di impiego benché sacrifichino buona parte della loro vita, perché vent’anni si hanno una sola volta nella vita, non tornano più, ed è difficile giustificare l’uscita da una Forza armata dopo averci creduto fermamente, aver eseguito degli ordini e sacrificato una vita.

Vi prego di tenere in considerazione queste cose che vengono dalla pancia dei miei soldati, che – lo dico con orgoglio – qui voglio rappresentare. Grazie per l’attenzione.

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