Mario Bressi e l’ultima gita in montagna con Diego ed Elena prima di soffocarli

Sono venti metri dalla porta del trilocale alle scale, diciassette gradini lungo la ringhiera di legno fino all’uscita della palazzina a due piani, sei scalini di pietra, il vialetto, altri cinque scalini di pietra. Chissà quante volte ha contato i propri passi anche qui, Mario Bressi.

Era fissato con le passeggiate, specie su queste montagne dov’è cresciuto — e dove le estati son cresciuti i figli —, ma a patto di conoscere prima la strada e studiarla, a patto di far partire il cronometro e rispettare i tempi previsti. Anche per brevi tragitti: scarpe giuste, pantaloni giusti, il k-way d’emergenza nello zaino, la borraccia piena e la riserva d’acqua, i soldi in contanti, il cellulare carico, i fazzoletti per pulire gli occhiali. Le improvvise deviazioni e interruzioni di percorso gli mettevano ansia.
Quest’orrore, l’ha pianificato. Il metodo e l’estrema vigliaccheria: un’unica azione prima di uscire e suicidarsi, ovvero quella di voltare il viso di Elena e Diego, senza vita ormai, così da non guardarli. Vegliare a distanza, lui, il padre, in soggiorno e loro, i suoi figli, in cameretta, ma non guardarli.

Un’esistenza regolare, canonica. Almeno secondo certe regole di famiglia: lungo fidanzamento da giovani, la ricerca d’un lavoro, un buon stipendio, l’appartamento con un pezzo di verde e le siepi di gelsomini, la genitorialità, la frequenza, perfino eccessiva, nei centri di donazione del sangue, più in verità per sottoporsi a periodici gratuiti controlli che per aiutare il prossimo, per appunto la seconda casa a Margno, di proprietà dei genitori, le maniere educate, sovente esagerate, e sempre, sempre in questi quarantacinque anni di vita, la preoccupazione di non farsi notare. Di non farsi notare fuori posto. Che attendesse la prima udienza di separazione come un sopruso del destino alla quale ribellarsi perché mai avrebbe potuto incontrare un problema, che l’odio verso Daniela lo stesse mangiando e andasse punito, che l’idea di attuare una vendetta, la più tremenda delle vendette, contro la moglie, contro il suo mondo, ecco, adesso tutto questo incontra l’ovvio stupore di chiunque si fermava all’apparenza.

A Gessate, dove mai i vicini di casa avevano notato malumori e sentito litigi; e a Margno, buen retiro di anziane brianzole e geografia di vie dai nomi semplici (via al Tennis, via ai Monti), dove il paese, dalla barista tatuata alla minuta benzinaia, guardava ammirato lo spettacolo dei gemelli, belli, sereni, gioiosi, guardava quel padre così controllato in presenza dei figli nei gesti e nelle parole, premuroso e dolce. Bressi lo era comunque: se ne inventava di ogni pur di non lasciare i figli soli e annoiati col cellulare in mano. Anche venerdì. Sveglia presto, colazione con yogurt e marmellata evitando le merendine, quindi i biglietti acquistati alla vicina funivia, 12 euro gli adulti e 8 i bambini, i sei minuti di viaggio scrutando dall’alto casomai spuntassero i cervi, la discesa sul profilo del Pian delle Betulle, la passeggiata. Al solito. E puntuali «buongiorno» agli escursionisti incontrati sui saliscendi, raccomandandosi con i figli di fare altrettanto.

Stavano a Margno da cinque giorni. Silenzio, nel trilocale in fondo al corridoio buio, il volume della televisione abbassato per non infastidire la gente. Mentre Bressi preparava la cena, tra le 20 e le 21, la finestra della cameretta aperta sul vialetto, forse per ascoltarli, forse per sbirciarli, Elena e Diego giocavano; col pallone, a nascondino, curiosando nelle aiuole perfettamente tagliate alla ricerca di insetti, e commoventi silenzi ché i gemelli certe cose le sanno soltanto loro.

Dopo cena, il duplice omicidio. Bressi ha aspettato che, stanchi, si assopissero. Aveva fretta, non poteva aspettare il passaggio in bagno per far lavare i denti e indossare il pigiama. Erano in calzoncini e maglietta. Li ha uccisi.

L’appartamento era in perfetto ordine. Ha sparecchiato, gettato i rifiuti, tolto le briciole dal tavolo, sistemato le pieghe sul divano. Su alcuni dettagli della scena del crimine, il Corriere ha scelto di non soffermarsi. Ma su quell’urlo di Daniela, che ancora risuona nel paese più forte del boato d’una valanga, no, non si può. Ripeteva «svegliatevi, svegliatevi, svegliatevi!».

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