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Dopo l’attentato al consolato italiano di Bengasi, l’Eni chiedeva più sicurezza per ingegneri e tecnici che lavoravano in Libia. E il primo ministro Alì Zidan era preoccupato che le relazioni con il colosso petrolifero italiano potessero incrinarsi. Perché «il rapporto con Eni serve a dare il segno ai manager delle altre compagnie che possono operare in sicurezza sotto il governo del Consiglio nazionale». I timori dell’impresa petrolifera per la difficoltà delle autorità locali a fermare i combattimenti dopo la rivoluzione che cacciò Muhammar Gheddafi sono stati fotografati dall’intelligence Usa nei cablogrammi desecretati nei giorni scorsi. «La mattina del 15 gennaio 2013 – scrive il funzionario del Dipartimento di Stato Sidney Blumenthal all’allora Segretario Hillary Clinton – il premier Alì Zidan è stato informato dal ministro dell’Interno Ashour Shuwail e dal ministro degli Affari Esteri Mohamed Abdulaziz che l’Italia pianifica di chiudere il consolato a Bengasi e ridurre il personale nell’ambasciata di Tripoli a seguito dell’attacco al console generale». Attacco «condotto dalle milizie dell’Est associate con Ansar al Islam» che potrebbero spingere «le autorità italiane e il Ceo di Eni a disimpegnarsi». «Il ministro degli Affari Esteri libico – scrive il diplomatico statunitense – sostiene che le proprie fonti a Roma riportano che gli italiani confermeranno la volontà di operare in Libia». Di lì a qualche giorno il premier del Paese nordafricano sarà in Italia. Agli americani preme conoscere le relazioni tra Roma e Tripoli e lo scambio di cablogrammi si intensifica. Il 12 gennaio ribelli hanno sparato contro l’auto blindata del console Guido De Sanctis. L’Italia è in allarme, le imprese tricolori minacciano di abbandonare Tripoli. Ma di mezzo c’è il petrolio e i contratti miliardari in corso. Gli 007 statunitensi, che monitorano la situazione, fanno sapere al Dipartimento di Stato (e questi «gira» a Hillary Clinton) che gli italiani tentennano e «hanno chiesto al nuovo governo libico passi concreti per aumentare la capacità di proteggere i lavoratori stranieri, a Bengasi e nel resto del Paese». La «gola profonda» Usa, si comprende dai messaggi inviati, è qualcuno «vicino» al primo ministro libico e che ha ascoltato una serie di telefonate in cui «Zidan appariva frustrato da come stavano andando gli eventi» e sottolineava «come le relazioni con Eni servivano da segnale ai dirigenti di altre imprese estere che in Libia si può operare in sicurezza». Quindi i capi dell’intelligence di Tripoli «concordano nel seguire gli ordini di Zidan, e mantenere buone relazioni con le controparti in Italia». Accanto al dialogo istituzionale tra Italia e Libia corre un’intesa parallela che affonda radici nell’antica amicizia tra le due nazioni. Che, a quanto pare, interessa molto agli Stati Uniti. Così come vengono seguite le attività francesi. Il 2 aprile 2011, poco dopo l’inizio della rivoluzione, Sidney Blumenthal rivela ad Hillary Clinton che Parigi non vuole soltanto salvare dalla dittatura del Rais il popolo libico, quanto tutelare i propri interessi. «Il governo di Gheddafi è in possesso di 143 tonnellate di oro e di un ammontare simile in argento – recita la nota inviata tramite posta elettronica al Segretario di Stato americano – A marzo questi stock sono stati trasferiti a Sahba, nel Sud-Ovest della Libia in direzione dei confini con Niger e Ciad. Sono stati presi dai caveau della Banca centrale a Tripoli». «Questo oro – prosegue Blumenthal – è stato accumulato prima della rivolta con l’intenzione di utlizzarlo come riferimento per una moneta pan-africana basata sul dinaro libico. Un piano progettato per rifornire i Paesi africani francofoni di un’alternativa al franco». Ipotesi che avrebbe danneggiato gli scambi commerciali tra la Francia e le ex colonie, che avvengono appunto in franchi. L’intelligence di Parigi «avrebbe scoperto questo piano poco dopo l’inizio della ribellione» e questo sarebbe stato uno dei fattori che ha influenzato l’allora presidente Nicolas Sarkozy «ad attaccare la Libia». Alla Clinton viene inoltre spiegato che tra gli obiettivi dell’ex capo dell’Eliseo ci sono anche quello di «aumentare l’influenza francese in Nord Africa» e di «ottenere una quota più grande della produzione di greggio della Libia». All’epoca Gheddafi era ancora vivo, l’Isis non era sbarcata nel Golfo della Sirte e l’Occidente pensava di risolvere nel giro di qualche mese la guerra civile.

di Alessandra Zavatta

 

Fonte Il Tempo

Roma, 6 marzo 2014

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