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Chiedeva ieri il giornalista della Stampa, Fabio Martini, intervistando l’ex presidente del Consiglio Enrico Letta: “Il Financial Times torna a evocare per l’Italia un destino greco: drammatizzazioni senza fondamento?”. Paragonare la situazione dell’Italia a quella della Grecia dovrebbe apparire puro nonsense, specie per un politico che ha governato da Palazzo Chigi nel 2013-14, quando la Grecia era già sull’orlo di un caotico default (altro che Italia!), si era appena messa alle spalle un vero e proprio default concordato e parziale negli ultimi anni (altro che Italia), per poi imbarcarsi di nuovo su un pericoloso ottovolante di instabilità politica e finanziaria con l’elezione di Alexis Tsipras (altro che Italia!). Non solo il paragone tra Roma e Atene doveva apparire incongruo: infatti sempre Letta, profondo conoscitore dell’establishment internazionale, oggi celebrato professore a Science Po, avrebbe potuto replicare che il parallelo tra Grecia e Italia non lo ha fatto nemmeno il Financial Times in quanto tale, ma un suo editorialista, Wolfgang Münchau, che da anni si distingue per punti di vista piuttosto eterodossi e per il suo piglio da inossidabile catastrofista. Considerato tutto ciò, insomma, Letta esclude il parallelo tra l’Italia di Matteo Renzi e la Grecia di Alexis Tsipras? No.

L’ex presidente del Consiglio si fa pensoso di fronte all’interlocutore – immaginiamo – e replica: “Quando leggo cose come quelle che scrive il Financial Times mi preoccupo. Questo tipo di politica italiana verso l’Europa, molto aggressiva e incattivita, finisce per isolarci e rischia di farci diventare una seconda Grecia, piuttosto che il centro dell’Europa. (…) Sì, devo esprimere una preoccupazione: ci stiamo isolando in modo preoccupante”. In sintesi, Letta non è solo preoccupato, ma preoccupato al cubo. Per sorreggere il suo stato d’animo, e in attesa del default à la greca che si avvicina, con annessa instabilità politica, ci limitiamo a ricordare a Letta cosa disse Letta dopo che il Financial Times alla metà del 2013, in un editoriale non firmato e quindi attribuibile alla direzione, lo aveva esortato a “uscire dal letargo”. Non solo fece trapelare nei retroscena il suo e dei suoi fastidio verto tale attacco. In pubblico aggiunse: “Vedo il governo stabile e concentrato. Non credo ci saranno conseguenze da vicende esterne”, disse Letta. Che allora, effettivamente, peccò di eccessiva seraficità.

4 febbraio 2016

IlFoglio

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