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Colloquio col ministro dell’Interno: “Sul rapporto uomo-donna e quello tra Stato e religione non si deve arretrare”

All’ora di pranzo, la scrivania del ministro dell’Interno è apparecchiata con gli articoli e le tabelle del nostro sondaggio sui musulmani residenti in Italia.

«Una ricerca seria, interessante e quantomai opportuna», dice Marco Minniti. Lo dice perché è uomo pragmatico, lo dice perché mai come su questo tema lo scontro tra opposte retoriche condanna alla cecità e all’inconcludenza. «Sull’integrazione si giocherà il futuro delle grandi democrazie d’Occidente – osserva infatti il ministro –. Abbiamo, perciò, un forte bisogno di chiarezza e una ricerca così articolata aiuta a far uscire dalle questioni di principio il fondamentale tema dell’integrazione e lo trasforma in una questione concreta su cui riflettere».

Concretamente, dunque, che cosa l’ha impressionata di più dei dati che abbiamo snocciolato nei tre giorni passati? «Mi ha impressionato il fatto che su alcune questioni rilevanti come il diritto delle donne allo studio quasi il 60 per cento degli intervistati si sia detto favorevole».
Capisco che il ruolo che ricopre le suggerisca di concentrarsi sulla parte piena del bicchiere, ma a me ha impressionato di più il fatto che il 41% dei musulmani residenti in Italia da anni, e perciò teoricamente già integrati, ritiene che le donne non debbano studiare e perciò essere ‘libere’… È a questo punto che Marco Minniti si fa serio, quasi cupo. Ammette la radice «religiosa» del problema, definisce «inaccettabili» certe convinzioni, invoca una «rottura culturale» con i punti fermi dell’identità islamica. E, di fronte al fatto che più della metà dei musulmani ‘italiani’ teorizzi la supremazia della legge coranica su quella dello Stato, scandisce: «Guardi, non vorrei ci fossero equivoci. Sono profondamente convinto che il grado di civiltà di un Paese si misuri soprattutto attraverso due indicatori: il rapporto uomo-donna e quello tra politica e religione, o se preferisce tra Stato e Chiesa. Ebbene, su questi due punti la nostra linea è e sarà una sola: i nostri valori vanno a tutti i costi assimilati». Parla di assimilazione, Minniti. E non lo fa a caso.

In astratto, i modelli sono due. Quello assimilazionista, in base al quale l’immigrato deve necessariamente assimilare i valori di fondo della cultura ospite. E quello multiculturale, in base al quale culture diverse possono e debbono convivere nella diversità. Minniti non crede al multiculturalismo: «Chi ritiene che la donna debba essere succube dell’uomo e la legge dello Stato succube della legge di Dio (la sharia) si pone automaticamente fuori dalla nostra civiltà giuridica. Esistono valori non negoziabili, e su questi abbiamo il dovere di non arretrare».

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