“Mio papà, poliziotto nelle foibe. ​Ucciso solo perché era italiano”

Il distintivo lo hanno portato con loro, nel buio profondo di una foiba. Poliziotti, agenti, servitori dello Stato. Italiani che «urlavano Italia, e caddero», per dirla con una poesia di Ermanno Eandi.

Tra le circa 10mila vittime delle foibe ci sono anche loro, 89 guardie di pubblica sicurezza della questura di Fiume uccise dopo l’invasione della città da parte delle milizie di Tito. Lo stesso tragico destino toccato a circa 90 poliziotti di Gorizia e 150 agenti di stanza a Trieste. Tutti accusati dello stesso identico ‘crimine’: essere italiani.

Quel giorno c’era anche Anna Maria Bruno. Erano le due del pomeriggio del 5 maggio 1945 quando suo padre, Luigi Bruno, si recò di spontanea volontà alla questura di Fiume per consegnare le armi, così come ordinato dai comunisti jugoslavi. La piccola Anna aveva appena 7 anni. «Ricordo mia madre pregarlo di non andare, come se presagisse qualcosa di terribile». E infatti a casa Luigi non fece più ritorno: i titini lo portarono al carcere insieme ad altri agenti e civili inermi. «Nei giorni successivi andammo a cercare sue notizie. Di fronte al portone del carcere mia madre mi disse di chiamarlo per fargli capire che eravamo lì. ‘Papà, papà’, urlai con tutta la voce che avevo in gola. Lui mi sentì. Da una fessura della finestra della cella fece un cenno con la mano e mi chiamò per nome. Quando alzai lo sguardo per ricambiare il saluto, un soldato cominciò a sparare nella nostra direzione»

Quel saluto probabilmente costò a Luigi Bruno la sofferenza della tortura. Un dolore che in qualche modo unisce ancora oggi padre e figlia, come un cordone indistruttibile che lega due destini. «Hanno distrutto la mia infanzia. Ho conosciuto l’orrore. Un giorno a Fiume vidi un carabiniere appeso ad un gancio da macelleria, con due stellette al posto degli occhi e un cartello con la scritta: ‘Carne di basso macello’». Poi l’esodo, la fuga, il timore per le violenze della polizia segreta, un anno di vita a Udine, infine il ritorno forzato a Caltanissetta. «La mia agonia iniziò solo a guerra finita: quando in Italia si festeggiava la Liberazione per me iniziò la vera odissea».

Già, perché dopo la persecuzione titina gli esuli provarono con mano anche l’indifferenza della loro Patria. Quell’Italia di cui si sentivano figli e che però li guardava con distacco. «Una bambina a scuola un giorno mi disse: ‘Non puoi venire alla festa perché sei una profuga’. I bimbi sanno essere spietati, è vero. Ma la frase spiega bene l’accoglienza che alcuni italiani ci riservarono in quegli anni». Una diffidenza tanto radicata da ostacolare la ricerca di notizie sulla sorte di Luigi. «A mia madre consigliavano di non fare troppe domande. Della storia di papà conservo tutto, tranne una lettera. Quella con cui ci comunicarono la sua morte. Mia mamma la strappò in un impeto d’ira, poi mi prese in braccio e mi disse: ‘Annuccia, non sperare più. Papà non tornerà’. Decisi allora che avrei fatto di tutto per per onorare il suo ricordo».

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