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Siamo nell’èra delle fake news, della post-verità e dello storytelling, del cospirazionismo e della manipolazione delle opinioni. Se ne parla continuamente, anche se non sono armi e meccanismi molto diversi da quelli sempre usati nella storia, dalla propaganda alla disinformazione. Ciò che è notevolmente cambiato rispetto al passato è il salto tecnologico che, attraverso internet e i social media, ha abbattuto i costi di produzione delle notizie. Se produrre una bufala costa quasi niente, la fatica per smentirla costa molto di più (quantomeno in termini di energie), leggerla costa quasi zero e il ritorno economico in termini di pubblicità è immediato e notevole, si comprende bene perché il mercato delle fake news sia esploso. A questa rivoluzione del mercato dell’informazione si aggiungono alcuni “difetti” cognitivi congeniti all’essere umano, che è naturalmente spinto alle spiegazioni semplici e intuitive più che al pensiero critico, che rischiano di  trasformare la nostra società in quella che il sociologo francese Gérald Bronner definisce “La democrazia dei creduloni” (vedi l’introduzione al saggio, ora proposto in italiano, nelle pagine seguenti).

 

Bronner spiega, come le neuroscienze hanno confermato, che l’uomo ha una spinta istintiva a costruirsi una spiegazione del mondo comoda più che vera e a preferire le credenze piuttosto che le conoscenze, attraverso quello che viene chiamato “pregiudizio a favore della conferma”, siamo cioè portati alla ricerca di fatti e prove che confermino le nostre opinioni. Le teorie false si diffondono anche grazie all’“effetto Otello”: l’Otello di Shakespeare è innamorato di Desdemona e inizialmente non dubita di lei, ma viene divorato dal sospetto inoculatogli da Iago: “Un po’ come Iago si lavora la tendenza al dubbio in Otello, gli agenti della credulità lanciano alla cieca i loro ami all’opinione pubblica – scrive Bronner – Gli individui inizialmente non credono alle conclusioni della storia proposta, ma grazie a quest’ultima cominciano a giudicarle più credibili”.

 

Questa premessa è utile a inquadrare e spiegare il successo delle “post-verità” di Beppe Grillo e del Movimento 5 stelle. Grillo conosce bene questo meccanismo, ha costruito la sua fortuna di comico e teatrante sulle bufale scientifiche sull’Aids, sui vaccini, sugli Ogm, sul cancro, sull’energia, sui rifiuti, ognuna delle quali si appoggiava a un complotto delle multinazionali, delle case farmaceutiche o di chissà quale altra lobby occulta. Il meccanismo, molto efficace, è stato trasportato integralmente sul terreno politico, con gli stessi ottimi riscontri di pubblico. Passata la fase iniziale più naïf, dovuta all’inesperienza e all’ingenuità – quella delle scie chimiche, dei microchip sottopelle, delle sirene, delle matite da ciucciare nelle cabine elettorali, del finto allunaggio e degli appostamenti davanti al Bilderberg (anche se sui vaccini è ancora lotta dura) – i grillini sembrano essersi dati una regolata, con una piattaforma politica più sensata.

 

In realtà ancora oggi l’attività del M5s si basa sulla diffusione di affermazioni e proposte meno bizzarre di prima ma altrettanto false, tanto che il programma grillino – dalla politica interna a quella estera passando per l’economia – più che per capitoli è diviso per bufale: la Banca d’Italia privata, i numeri sulla corruzione, i soldi alle banche e non ai cittadini, l’espansione della Nato, l’invasione dell’olio tunisino.

 

La Banca d’Italia privata

 

“Il problema è che oggi Banca d’Italia non è più una banca pubblica, perché è una banca controllata da quelle stesse banche private che dovrebbe controllare”, ha detto recentemente Alessandro Di Battista e la stessa cosa diceva il candidato premier in pectore Luigi Di Maio. La rivelazione che la nostra Banca centrale sia in realtà privata è sorprendente e infatti è così sorprendente perché è falsa, perché, come afferma l’articolo 1 dello statuto di palazzo Koch “La Banca d’Italia è un istituto di diritto pubblico”. E la stessa cosa è stata inequivocabilmente ribadita dalla Corte di cassazione con una sentenza del 2006 in cui si afferma che la Banca d’Italia “non è una società per azioni di diritto privato, bensì un istituto di diritto pubblico”. L’equivoco su cui giocano i 5 stelle nasce dal fatto che le quote di Bankitalia sono in mano a banche e assicurazioni, ma si tratta di un retaggio di quando, all’inizio del secolo, la Banca d’Italia era una società per azioni. Le cose sono cambiate nel 1936 e attualmente il possesso di quelle quote non dà alle banche alcun potere sostanziale, di indirizzo o di controllo, sulla Banca centrale, che ha una formale e sostanziale autonomia e le cui cariche più importanti sono nominate dal governo.

 

La fake news della “Banca d’Italia controllata dalle banche private” non è un’esagerazione fine a sé stessa, ma si inserisce, e serve ad alimentare, tutta la retorica grillina sul recupero della sovranità monetaria, sulla moneta del popolo e le teorie complottiste sul signoraggio.

 

L’aggressione della Nato alla Russia

 

“Da tempo la Nato (tanto per non dire gli Stati Uniti…) sta giocando con le nostre vite – ha scritto sul blog di Beppe Grillo il deputato Manlio di Stefano –. Il M5s si oppone da sempre a questa immonda strategia della tensione e chiede, con una proposta di legge in discussione alla Camera dei deputati, che la partecipazione italiana all’Alleanza atlantica sia ridiscussa nei termini e sottoposta al giudizio degli italiani”. La proposta di una ridiscussione della partecipazione italiana all’Alleanza atlantica attraverso un referedum è irrealizzabile, dato che si tratta di un’ipotesi espressamente negata dalla Costituzione (“Non è ammesso il referendum per le leggi di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”). Ma anche in questo caso la fake news serve a evocare una bufala più grande e un’immaginario più ampio, che riguardano la nostra politica estera e che rientrano nella visione che sia in corso un’aggressione della Nato nei confronti della Russia di Putin. Gli Stati Uniti sanno che “non sarà la Russia di Putin a fare il primo passo per destabilizzare ancora di più l’est Europa e i paesi baltici”, dice Di Stefano, e quindi stanno cercando di portare “la tensione militare alle stelle ai confini con la Russia”. E l’Italia, “le nostre basi, i nostri soldati (che saranno inviati in Est Europa) e la salute dei nostri connazionali” sono ostaggio di questa “strategia della tensione”.

 

Questa narrazione antiatlantica, che in politica estera è strettamente legata all’ammirazione per Putin, viene spesso accompagnata con cartine che mostrano l’espansione a est della Nato e l’“accerchiamento” di Mosca. Ma i paesi che hanno scelto di aderire alla Nato non sono stati invasi o occupati, lo hanno fatto volontariamente e, dopo decenni di dominio russo-sovietico sotto il Patto di Varsavia, avevano anche delle buone ragioni per volgere lo sguardo a ovest, all’Unione europea e alla Nato.

 

Mps sì e il reddito di cittadinanza no

 

“Il governo ha preso in un giorno 20 miliardi di euro delle tasse e del sangue degli italiani per salvare il Monte dei Paschi di Siena, ma non vuole approvare il reddito di cittadinanza che costa 17 miliardi”, hanno affermato più volte gli esponenti di spicco del Movimento 5 stelle, da Alessandro Di Battista a Luigi Di Maio passando per Virginia Raggi, con una formula che sintetizza perfettamente il conflitto tra ricchi e poveri, establishment e gente comune, finanza e popolo. Il riferimento è al fondo salva-banche, la rete di sicurezza pubblica da 20 miliardi predisposta dal governo per evitare il fallimento di alcune banche in crisi, a partire da Mps.

 

Il paragone tra questo fondo di salvataggio e il “reddito di cittadinanza” dei 5 stelle (che in realtà è un sussidio di disoccupazione) è improprio per due motivi: il primo è che viene confrontata una misura una tantum con una strutturale e il secondo è che i grillini sono pronti a spendere per il salvataggio delle banche molti più soldi di quelli messi dal governo. Le due misure non sono confrontabili perché il fondo salva-banche viene finanziato solo quest’anno (e il governo lo ha fatto indebitandosi), mentre per il reddito di cittadinanza servono 17 miliardi (secondo i calcoli del M5s) ogni anno: si tratta di una misura strutturale che non può essere finanziata in deficit, sia per motivi di equilibrio di bilancio sia perché l’Europa non lo consentirebbe. Quanto invece al salvataggio delle banche, il M5s ha annunciato di voler nazionalizzare integralmente Mps e le altre banche che dovressero trovarsi nelle stesse condizioni, una scelta che costa di più dell’ingresso pubblico nel capitale. I grillini quindi non vogliono dare i 20 miliardi ai cittadini al posto delle banche, ma propongono di impegnare per la crisi bancaria più miliardi dei cittadini di quanti ne abbia messi il governo.

 

L’invasione dell’olio tunisino

 

“Dietro l’invasione dell’olio tunisino ci sono precisi interessi economici in gioco: l’obiettivo è quello di affossare i piccoli e medi produttori del Sud Italia”. La battaglia contro l’olio tunisino che viene citata in ogni comizio è davvero surreale, perché riguarda un provvedimento trascurabile dal punto di vista quantitativo ma soprattutto positivo per il nostro paese. L’Unione europea ha deciso togliere per due anni i dazi a un contingente di 35 mila tonnellate di olio d’oliva importato dalla Tunisia. C’è da dire che l’Italia non è un paese autosufficiente, consumiamo molto più olio di quanto ne produciamo e tra l’altro oltre un terzo della produzione, quella ad alto valore aggiunto, viene esportata. Siamo tra i maggiori consumatori mondiali di olio d’oliva, i secondi esportatori mondiali e anche il primo importatore al mondo: la nostra bilancia commerciale è in deficit di circa 220 mila tonnellate di olio l’anno. Per noi quindi la sospensione dei dazi per una quota di olio d’oliva è solo una tassa in meno. In ogni caso l’importazione di olio tunisino non è “un’invasione”, è aumentata notevolmente recentemente, ne importiamo molto di più dalla Spagna e dalla Grecia, la Tunisia è terza. A queste campagne protezioniste, si aggiungono quelle pseudo salutiste e pseudo ambientaliste contro l’olio di palma, contro i trattati di libero scambio con il canada e gli Stati Uniti, contro gli Ogm, tutte portate avanti con slogan a effetto e il più delle volte falsi (si pensi solo all’allarme sull’invasione di Ogm nocivi dal Canada). Il protezionismo offre il richiamo della difesa delle imprese italiane e dei prodotti italiani e della tutela della salute dei consumatori, ma in realtà è un aumento dei costi per i consumatori (una tassa) e un ostacolo agli scambi commerciali e quindi alle esportazioni e alla diffusione del “Made in Italy”.

 

Vincolo di mandato alla portoghese

 

Per dare un senso e una parvenza di legittimità al vincolo di mandato – e di parola – imposto da Beppe Grillo agli iscritti e agli eletti del Movimento 5 stelle anche attraverso un contratto privato che impone il pagamento di una penale da centinaia di migliaia di euro in caso di mancato rispetto delle decisioni del partito, i grillini citano il modello portoghese: “Se vieni eletto con il Movimento 5 Stelle e scopri di non essere più d’accordo con la sua linea, hai tutto il diritto di cambiare forza politica, ma ti dimetti – ha detto Luigi Di Maio –. A me piace l’art 160 della Costituzione del Portogallo: perdono il mandato i deputati che s’iscrivono a un partito diverso da quello per cui erano stati eletti”. In realtà la Costituzione portoghese vieta i cambi di casacca, ma non impedisce di votare in modo difforme o uscire da un partito, non obbliga i dissidenti alle dimissioni né a subire gli ordini di un capocomico o di un blog. Se un parlamentare è in disaccordo con il proprio partito può uscire e aderire al gruppo degli “indipendenti”, proprio come hanno fatto i tanti deputati grillini che sono passati al gruppo misto. Proprio in questi giorni il fragile governo di António Costa è in bilico perché un deputato ha deciso di abbandonare il Partito socialista per passare tra gli indipendenti. E non dovrà dimettersi, perché in Portogallo non esiste il vincolo di mandato grillino.

Fonte: Il Foglio

30/1/2017

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