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A 15 anni di distanza rimane ancora impresso il ricordo dell’attentato terroristico che causò la morte di 28 persone tra cui 19 soldati italiani impegnati in missione in Iraq.

Una tra le testimonianze più toccanti è quella dell’allora colonnello del 151/o reggimento della Brigata Sassari Gianfranco Scalas che nel 2003 svolgeva il compito di addetto stampa dell’Esercito e a cui toccò raccontare quelle ore e mediare con i giornalisti nelle ore e nei giorni successivi all’attentato.

“8.39 ora irachena del 12 novembre 2003, un boato e il cielo squarciato da una nuvola alta nera di fumo, nelle radio rimbalzano grida, urla poi la corsa folle verso la città e il silenzio terrificante la disperazione della ricerca, l’orrore e le tue forze si arrendono nella mente offuscata. 15 anni ma Noi non dimentichiamo mai”, scrive oggi su Facebook.

Una testimonianza davvero commovente la rilasciò a youtgnet lo scorso anno, in occasione del 14esimo anniversario. La riportaimo integralmente di seguito

“14 anni fa a Nassirja-Iraq. Era la solita mattina assolata e luminosa. Erano le 8 circa, ora locale, i miei collaboratori stavano uscendo per accompagnare un regista, Rolla, ed il suo cameraman Amadei, Silvio Olla era pronto a dare la sicurezza, Ficucello si attardava nei locali dell’ufficio stampa cercando il suo giubetto antiproiettili. “Prendi il mio e partite tanto io oggi non devo uscire”, gli dissi. Solite raccomandazioni: “Occhi aperti e attenzione”.

Il piccolo convoglio lasciò la base di White Horse per andare alla base dei carabinieri. Dopo non molto tempo erano le 8,39 mentre ero seduto nel mio ufficio (si fa per dire ufficio,) un sordo boato mi fece esclamare “ma questi del nucleo bonifiche ordigni esplosivi, non possono avvisare prima dei brillamenti?”. Ma tale frase venne pochi minuti dopo interrotta dalle urla di un maresciallo dei carabinieri che lavorava nell’ufficio stampa. Gridava e mi avvicinai a lui: “Che succede ?”. Non c’è stato bisogno di risposte, sentivo nella radio le urla, il casino che proveniva da quella maledetta radio.

Alzai lo sguardo verso la città, una colonna immane di fumo nero saliva nel cielo assolato. Pochi minuti per allertare la scorta del generale comandante, la mia era quella uscita, e partii, con dentro di me le voci ed i rumori della radio.

Era successa una cosa gravissima, e il mezzo intanto si avvicinava alla città. Arrivati al ponte sull’Eufrate lo scenario era di rovine, detriti, pezzi di cemento sparsi. Alla fine del ponte un carretto rovesciato con il povero asinello a terra. Una gran folla di iracheni facevano ala alla base dei carabinieri.

Fermati i mezzi scesi con la scorta e come nei film di Mosè che apriva il mar Rosso la stessa folla si apre, tutti zitti e sentivo i loro sguardi verso di noi di incredulità, pena e chissà che altro.

Il punto dove c’era una buca enorme da cui saliva il fumo ancora verso il cielo, non consentiva di arrivare al piazzale, facemmo un giro largo ed entrai dalla parte posteriore della base, in mezzo a detriti di ogni tipo. Tra urla e grida colpi di munizionamento che esplodevano ,camminavo come un automa ma un maggiore dei carabinieri sbucato improvvisamente mi lanciò un grido: “Colonnello vada via da qui, è ancora pericoloso”.

Il maresciallo della scorta mi spostò verso un altro punto, non ero molto reattivo. Feci qualche metro sula sinistra del complesso e verso ciò che era il corpo di guardia e i miei occhi videro ciò mai più vorrei vedere e riconobbi Silvio. Ebbi uno, due tre momenti di sensazioni tremende ,il maresciallo della scorta mi prese per il braccio tenendomi e spostandomi: “No colonnello, non è lui stia tranquillo”.

Mentendo per fare del bene a me. Tornammo indietro non era possibile arrivare al piazzale. Rifacemmo la strada al contrario ma io non c’ero, la mia mente non c’era, non avevo neppure fiato e come un automa seguivo la scorta e il maresciallo che mi teneva il braccio. Ero senza il basco, incurante ed incosciente di tutto. Andiamo al comando rientriamo mi disse il capo scorta. Ebbi un attimo di ripresa e dissi: devo trovare i nostri, Ficucello e i nostri ragazzi dell’ufficio. Mi avviai dall’altra parte ripercorrendo in largo la stessa strada dal ponte e vidi i nostri mezzi parzialmente distrutti, ma non trovavo nessuno dei miei.

Di fronte a me passarono una soldatessa ed un altro soldato che trasportavano un ferito grave si capiva. Mi avvicinai, non era dei miei. Seppi dopo che era il Caporal Maggiore Petrucci. Il mio sguardo nel piazzale mi diede l’ultimo colpo di immagini che mai e poi mai avrei potuto vedere nella mia vita. Una carneficina. Andai via sconfortato senza trovare i miei, ormai non avevo neppure saliva in bocca e muto, a capo chino, sconvolto con un dolore tremendo allo stomaco mi feci riportare nei mezzi e mi portarono verso il comando. Pochi chilometri ma per me non erano nulla ,non li vedevo.

Giunto al comando mi avviai stanco,trascinante verso l’ufficio del generale ,entrai ,vidi tutti quelli che erano dentro uscire, tutti,rimasi con l’amico Bruno mi guardò, gli dissi “non ho trovato i nostri solo uno ne sono certo”. Mi abbracciò e finalmente riuscii a scioglier l’oppressione che mi attanagliava perché un pianto senza fine mi prese. E rincominciai a sperare di ritrovare i miei. Non fu cosi per Ficucello. Ripresi il minimo del controllo e iniziai la parte più dolorosa: la telefonata a casa Olla. E poi tutto il resto di giorni unici e spero irripetibili.

Che possano riposare in pace i 19 italiani ed i tanti iracheni colpiti a morte dalla ferocia. Finalmente dopo 14 anni ho scritto quei momenti ma è stata una liberazione oggi perché quei momenti sono dentro e come certe ferite una ogni tanto ma sempre il 12 novembre sono sanguinanti sempre

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