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Esistono storie che travolgono come fiumi in piena e non per la loro irruenza, quanto per la loro discreta ma possente dignità. Storie che tessono trame silenziose di incredulo dolore e di un’impotenza che non è mai rassegnazione. Storie alla ribalta, loro malgrado, e che nessuna successione di parole potrà mai, realmente, raccontare. Non fino in fondo. Come la storia di Nicola Minichini e della sua famiglia.

Tra le pieghe degli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi e del calvario (umano e giudiziario) iniziato dopo la sua morte, a ben guardare si riescono a scorgere tanti altri volti, esistenze travolte – seppur in modo diverso – da una violenza senza senso che ha strappato via non solo la sua di anima, ma ha falcidiato la quotidianità di un numero di persone molto più elevato di quel che si riesce effettivamente a percepire attraverso i vetri opachi del circo mediatico che da anni racconta la sua vicenda.

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“Quel giorno non dovevo nemmeno essere di servizio in quel reparto: ero in sostituzione di un collega. Avevo chiesto il trasferimento alla sezione penitenziaria del Tribunale di Roma dopo la nascita del primo figlio. Come dissi a mia moglie, immaginavo che lì sarei stato più tranquillo. Era il mio auspicio all’epoca e invece, adesso, sono tutt’altro che un uomo tranquillo né so se tornerò mai ad esserlo”.

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