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Nicola Minichini è uno dei tre agenti della Polizia Penitenziaria imputati nel primo processo per la morte del giovane romano, deceduto all’Ospedale Sandro Pertini il 22 ottobre 2009, e assolti con formula piena in tutti e tre i gradi di giudizio per non aver commesso il fatto. Inizialmente accusati di omicidio preterintenzionale, il capo di imputazione fu ridotto, in sede di udienza preliminare, a lesioni aggravate dai futili motivi e dal fatto che ad aver tenuto la condotta delittuosa fossero stati dei pubblici ufficiali.

«Quel 16 ottobre, vidi Stefano Cucchi per 45 minuti, non di più. Ho flash costanti che mi riportano a quei momenti. Davanti a me avevo un giovane come, purtroppo, ne passano tanti in quelle celle. Lui arrivò, per competenza, al mio ufficio alle 13:30, ceduto – come si dice – in consegna dai carabinieri che lo avevano arrestato, dopo la convalida del fermo in udienza, per espletare la procedura di trasferimento in carcere. La cosa che mi colpì nel vederlo fu la sua magrezza, la presenza di segni rossi sotto gli occhi e un rossore sulla guancia.

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Avendomi chiesto una medicina per il mal di testa che io non potevo somministrargli, chiesi l’intervento del medico del Tribunale perché lo visitasse e, nel caso, gli desse i medicinali che mi aveva richiesto. Abbiamo ed ho agito secondo coscienza e nel rispetto delle regole». È stata la correttezza, insomma, ad aver salvato, dopo decine di udienze (50 solo nel processo di primo grado, 6 in quello di secondo), la fedina penale di Nicola senza però riuscire a restituirgli quanto sottrattogli in sette anni di battaglie legali: la serenità, la dignità.

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