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Dopo l’attentato del 29 gennaio il presidente Al Sisi annuncia nuove misure per fermare le offensive delle cellule jihadiste a est del Canale di Suez. L’obiettivo è mettere in sicurezza l’area in vista del summit economico internazionale di Sharm el Sheikh di marzo

Nuova campagna antiterrorismo nel Sinai
La formazione di un comando militare congiunto per la regione orientale dell’Egitto è la risposta che il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi ha dato sabato 31 gennaio, dopo l’ultimo sanguinoso attentato sferrato dagli estremisti nel Sinai. Con un decreto presidenziale emesso al termine di una riunione d’emergenza dello SCAF (Consiglio supremo delle Forze Armate), il presidente ha così autorizzato l’istituzione di una nuova unità anti-terrorismo che opererà nella regione a est del Canale di Suez.

Giovedì 29 gennaio militanti dello “Stato Islamico nel Sinai” (prima noto come Ansar Beyt Al-Maqdis) hanno condotto una serie di attacchi dinamitardi contro postazioni militari e sedi della sicurezza e del ministero dell’Interno, colpendo contemporaneamente le località di Al-Arish, Sheikh Zuweid e Rafah nel nord del Sinai. Almeno 30 i morti e altrettanti i feriti in quello che è considerato l’attentato più sanguinario finora perpetrato nella zona negli ultimi mesi.

In un video postato on line il gruppo terroristico, che a novembre aveva giurato fedeltà allo Stato Islamico comunicando la volontà di dar vita a un emirato islamico egiziano, ha utilizzato lo slogan “We Swear We Will Revenge” (“Promettiamo vendetta”) in riferimento alle centinaia di islamisti detenuti nelle carceri dell’Egitto dalla deposizione dell’ex presidente Mohamed Morsi. Altri attacchi sono stati annunciati in risposta alle centinaia di vittime causate dai rastrellamenti dei reparti militari e della polizia.

Un messaggio, quello lanciato dagli estremisti del Sinai, che però non tiene conto di un effetto controproducente che potrebbe avere sulla loro propaganda. Operazioni terroristiche di tale portatat, infatti, non fanno altro che rinsaldare la fiducia che gli egiziani hanno riposto in Al Sisi, nonostante i suoi metodi repressivi facciano discutere non poco (notizia delle ultime ore è la condanna a morte, decretata dalla Corte d’assise di Giza, nei confronti di 183 persone, colpevoli nell’agosto del 2013 dell’assalto a un commissariato nella periferia ovest del Cairo in cui morirono 11 agenti di polizia). Tutti i partiti politici hanno espresso solidarietà nei confronti delle forze armate. Addirittura il partito di sinistra Al-Karamah ha ritirato lo sciopero che aveva indetto per protestare contro le difficili condizioni di vita dovute al coprifuoco e alla campagna militare in corso nel Sinai.

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Lo scorso novembre era stato decretato lo stato d’emergenza – poi prorogato per altri tre mesi il 25 gennaio – nell’area in cui si è radicato maggiormente il terrorismo di matrice islamica nell’immediato post-Morsi. Migliaia di famiglie residenti nel Nord del Sinai, nella porzione di territorio decretata “zona militare chiusa”, sono state trasferite per consentire lo svolgimento delle operazioni dell’esercito. Nel suo discorso del 31 gennaio, il presidente ha fatto leva proprio sullo “spirito di sacrificio che deve accomunare tutti gli egiziani nella lotta al terrorismo”. Affidata all’esperto generale Osama Askar, che riunirà sotto il suo comando i reparti antiterrorismo delle forze militari, di polizia e di intelligence, la nuova unità antiterrorismo permetterà di “agire con più rapidità e intensificare gli attacchi preventivi e le tecniche di attacco” contro gli estremisti, ha spiegato il direttore del Centro egiziano di Studi strategici sulla sicurezza, il generale Alaa Bazeid.

Intanto Al Sisi dovrà cercare di arginare la minaccia terroristica che grava nell’intera penisola del Sinai e anche sul resto del territorio egiziano entro la prossima primavera, quando si terrà a Sharm el Sheikh il summit economico internazionale, organizzato per dare nuovo impulso agli investimenti. Una conferenza preliminare sulla centralità economica dell’Egitto si svolgerà entro fine febbraio, anche se la località scelta è in Kuwait grazie un accordo strappato dal nuovo premier egiziano, Ibrahim Mehleb, domenica 1 febbraio con i vertici kuwaitiani.

Se Al Sisi vorrà mantenere l’appuntamento di marzo 2015, e soprattutto sperare in una vasta partecipazione internazionale, dovrà pertanto continuare a puntare sulla fermezza. Nonostante questi metodi fortemente repressivi, gli estremisti rappresentano la prima minaccia per la rinascita dell’Egitto. Gli egiziani lo sanno e per questo sono convinti che l’unico governo possibile in questo momento sia quello del Generale. Gli egiziani lo sanno e per questo sono convinti che l’unico governo possibile in questo momento sia quello del Generale.

2 Febbraio 2015

di Marta Pranzetti

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