Obama: “L’Isis non vincerà” Ma i foreign fighter crescono

L’America annuncia nuovi membri per la coalizione anti-jihadisti. Restano però importanti le differenze con Mosca
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Non è soltanto la questione siriana a tracciare un solco tra gli Stati Uniti e la Russia.

Se il tema della guerra civile è ancora in grado di dividere, a oltre quattro anni dall’inizio del conflitto, neppure sul terrorismo i due Paesi trovano del tutto una quadra, tanto che all’Onu saranno due gli incontri sul tema della lotta all’estremismo, uno guidato da Obama, l’altro da Putin.

Se tocca alla Russia, in quanto presidente di turno del Consiglio di sicurezza, guidare la riunione delle Nazioni Unite sul tema del terrorismo, la Casa Bianca ha aperto oggi un summit sullo stesso argomento, durante in quale Obama ha ribadito la necessità di mettere a punto un’efficace strategia di counter terrorism, cosa che fino ad oggi gli Stati Uniti non sono riusciti a fare, se non con risultati non troppo incoraggianti.

La visione di Obama è comunque ottimista. “In Iraq e Siria l’Isis è circondato da forze che vogliono distruggerlo e abbiamo visto che può essere sconfitto sul campo di battaglia”, sostiene, aggiungendo però che servono “un governo e un Paese che lavorano in coordinamento con la coalizione”.

Il nucleo di Paesi che si sono impegnati nella battaglia contro il sedicente Stato islamico è da oggi più consistente. Obama ha annunciato l’ingresso di Nigeria, Tunisia e Malesia tra i Paesi che hanno promesso di impegnarsi sul campo. Ed è certo che la fortuna dei jihadisti non potrà durare a lungo. Un’opinione che non sembra tuttavia coincidere con i rapporti che arrivano dal terreno di scontro e che parlano di analisti dell’intelligence costretti a imbellettare i propri rapporti per il Comando delle forze armate.

Se da un lato c’è una coalizione a guida statunitense che cresce di numero, dall’altra c’è quello che ormai viene definito come un “4+1”, dove alla Russia di Putin si affiancano Siria, Iran, Iraq e i paramilitari libanesi di Hezbollah, che da poco hanno annunciato la creazione di un comando unificato per coordinare le proprie operazioni contro i jihadisti, mentre la presenza militare russa nella fascia costiera siriana, roccaforte lealista, si fa di giorno in giorno più evidente.

Putin ha aperto alla possibilità di raid congiunti con gli americani, ma i due blocchi rimangono distanti, nella lotta al terrorismo e nell’ipotesi di una risoluzione della crisi siriana, che per gli Stati Uniti deve passare necessariamente per la cacciata di Bashar al-Assad, punto su cui anche in Europa quello che era un blocco compatto anti-Damasco è ormai molto meno condiviso.

Non accenna invece a diminuire il numero di foreign fighter. Secondo il segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, c’è stato “un aumento del 70%” e gli uomini arrivano “da oltre cento Paesi”. E sono anche i giordani a essere preoccupati dalle sigle, “franchising della stessa minaccia”, che dall’Isis a Boko Haram – ormai affiliato – attirano combattenti dall’estero.

Alla riunione anche il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che ribade il sostegno agli Stati Uniti, ma mette sul tavolo anche la questione libica, che all’Italia interessa più della Siria e dell’Iraq.

29 settembre 2015
AP