Omicidio Caccia, ergastolo per Schirripa: “E’ lui il killer del procuratore di Torino”. Ma restano i misteri

Ruota proprio attorno agli affari delle cosche calabresi trapiantate a Torino, appartenenti al clan Belfiore, l’impianto accusatorio: il procuratore, incorruttibile e inavvicinabile, che aveva reagito anzi con veemenza a un tentativo di “avvicinamento” da parte dei malavitosi, sarebbe stato eliminato proprio perché ostacolava gli affari del gruppo criminale, mentre altri magistrati dell’epoca sarebbero invece stati più “disponibili” nei confronti dei boss.

Gli avvocati di parte civile suggerivano anche un’altra pista: che il delitto Caccia sia legato a un’indagine cruciale su cui il procuratore stava lavorando, quella sul presunto riciclaggio al Casinò di Saint Vincent dei soldi provenienti dai sequestri di persona, molto frequenti a quell’epoca.

Infine c’è l’ipotesi dei difensori dello stesso Schirripa: elementi già raccolti nel primo processo indicherebbero come a Caccia arrivassero dai boss in carcere, tramite personaggi legati ai servizi segreti, “soffiate” compromettenti su suoi colleghi magistrati.

Schirripa oggi in aula ha letto poche pagine scritte di suo punto, con la voce ferma, scandendo bene le parole: “Per protestare contro questa messa in scena, questa farsa che lascerà liberi i veri responsabili, ho deciso che da oggi farò lo sciopero della fame. Consapevole di tutti i rischi che questo comporta. E dispiaciuto soltanto per la mia famiglia”. Solo in qualche passaggio, facendo riferimento alla moglie e alle figlie, ha esitato.

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