Ora Renzi trema anche per il referendum sul Jobs act

Il referendum sul Jobs Act si farà, anche se non come pensato e voluto dalla Cgil. La Corte Costituzionale ha infatti bocciato il quesito referendario per il ripristino dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, considerato non in linea con un referendum abrogativo. Susanna Camusso, che molto si era spesa su questo tema, non ci sta e promette un ricorso alla Corte Europea.
Non si tratta però di una vittoria dell’attuale maggioranza: altri due quesiti, altrettanto importanti, sono stati ammessi. Ed una eventuale vittoria dei Sì, subordinata ovviamente al raggiungimento del quorum del 50%+1, significherebbe uno smantellamento di fatto dell’impianto del Jobs Act.
Tradotto: il lavoro del governo Renzi verrebbe completamente azzerato dopo la bocciatura delle riforma costituzionale al referendum dello scorso 4 dicembre, il parziale stop della riforma della pubblica amministrazione in seguito ai rilievi della Consulta, il molto probabile accantonamento della legge elettorale Italicum che peraltro potrebbe pure essere bocciata totalmente o parzialmente dalla Corte Costituzionale.
Resta, al governo Renzi, solo il Jobs Act, ora però in serio rischio.

Gli italiani saranno chiamati a votare le norme sull’appalto, nello specifico il ritorno alle garanzia per i contributi dei lavoratori delle ditte che subappaltano i lavori. In soldoni, il ritorno alla responsabilità in solido tra appaltante e appaltatore. Ma il quesito più interessante riguarderà i voucher, lo strumento per retribuire i lavoratori occasionali fortemente voluto dal ministro Poletti. Controversi e criticati, i voucher sono considerati responsabili dell’aumento del lavoro precario e sottopagato. Dovessero essere bocciati dal voto popolare, il Jobs Act ne uscirebbe perlomeno snaturato.
Il governo infatti potrebbe pensare ad una revisione prima del referendum per evitare questo smacco. Secondo la Consulta, infatti, soltanto la predisposizione di una nuova norma che risponda al quesito referendario potrebbe evitare l’ennesimo esame elettorale con probabile sconfitta della nuova maggioranza.
E’ la strada più facile che Gentiloni potrebbe seguire per salvare in corner Renzi. L’alternativa è il voto anticipato, che farebbe slittare il referendum di un anno. Significherebbe caduta del governo a breve, almeno entro maggio, perché la data del referendum abrogativo dovrà essere decisa scegliendo una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno.

Riccardo Ghezzi
Roma, 13/1/2017

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