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A vederla con un po’ di filosofica rassegnazione, è da Duemila anni che il potere politico s’incarna in Ponzio Pilato.

In particolare, sui problemi che destano allarme sociale. Come oggi, in larga parte del Paese, è il tema della sicurezza dei cittadini: al Sud assediati dalle mafie, al Nord dalle rapine in ville e appartamenti.

La politica se ne lava le mani: latita, si vaporizza, tartufeggia. Si balocca nel gioco del cerino e nello scaricabarile, che lascia magistrati e forze dell’ordine privi di strumenti, e questi ultimi desolatamente soli a presidiare il fronte più caldo, dove ci si rimette la pelle e si rischia condanna quando ci si difende.

Vasi di coccio tra vasi di ferro, in un ordinario quotidiano nel quale si annidano mille insidie (persino da settori della magistratura). Oppure, nel caso della legittima difesa dei cittadini, la melina parlamentare tradisce la voglia di sotterrare il problema, come denunciava ieri il Giornale.

Atteggiamento colpevole almeno quanto la difesa teorica avanzata ieri dal presidente della Sesta commissione del Csm, Luca Palamara, che non vede altro che l’ovvio assioma: «La sicurezza dei cittadini è compito dello Stato». Magari lo fosse, e per davvero. L’accorato Palamara ribadisce che l’unica logica è il caso per caso: «Se un ladro entra armato con una pistola e la punta verso una persona è ovvio che in quel caso se dovesse esserci un conflitto a fuoco viene valutato in un modo; diverso il caso di chi entra in una proprietà privata per prendere una mela e scappa: non si può usare l’arma», dice.

Ma i casi di scuola si chiamano così non a caso; e non andrebbe dimenticato che se per un giudice è difficile valutare, ancor di più lo sarà per una persona messa in condizione di pericolo e di pressione psicologica in casa propria. Come faccio a stabilire in pochi attimi le reali intenzioni di un ladro? Chi può essere premunito sulle reazioni di uno colto in flagrante? E, se manca la volontà offensiva in partenza, non si prefigura sempre e semmai la colpa, mai il dolo? Il rischio, infatti, è di giudicare col senno del poi una circostanza imprevedibile.

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