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Dal 1960, anno di inizio dell’esplorazione marziana, ci sono state 43 missioni verso il pianeta rosso: ben 25 sono fallite. Il record, la quasi totalità dei fallimenti, spetta ai russi. Dopo lo Sputnik del 1957, i russi investirono su Marte come scommessa per vincere la Guerra Fredda spaziale. Con cocenti delusioni. Fino al 1975: le sonde americane Viking riusciranno ad atterrare su Marte e l’America vincerà la sfida. Ma, stranamente, gli americani fermeranno per quasi vent’nni l’esplorazione del pianeta. La riprenderanno nel 1996 con le missioni Mars Global Surveyor e Pathfinder. Per la prima volta un rover, una struttura mobile esplorativa e laboratorio ambulante, ha indagato il suolo marziano. Nel frattempo altri singolari fallimenti: giapponesi, americani, europei (con la missione Mars Express dell’Esa e la sonda inglese Beagle2). Nel 2003, con il rover Opportunity, la Nasa ha iniziato il decennio d’oro dell’esplorazione marziana: Mars Reconnaissance (2003) Phoenix (2007) Curiosity (2011). Non senza, nel frattempo, altri singolari fallimenti di russi e, stavolta, cinesi. Decisamente Marte è una sfida. Il pianeta rosso, lo si sottolinea poco, ha rappresentato un colossale motivo di contrasto politico, economico e tecnologico nella storia spaziale americana e negli indirizzi delle amministrazioni Usa, a partire dalla fine degli anni Sessanta. Modalità tecniche, tempi e costi di una missione umana su Marte hanno diviso, per lungo tempo, politica, scienza e industria in America tra il 1975 e la metà degli anni Novanta. Il periodo coincide con un cambio di agenda della politica spaziale americana dei cui effetti si discute ancora oggi. Rovesciando la filosofia delle missioni Apollo – il driver della politica spaziale Usa deve essere la “missione”, la frontiera, la colonizzazione (nel senso che l’epopea americana attribuisce a questa parola) – la politica della Nasa (nel decennio degli anni Ottanta) portò, secondo alcuni, a un cambiamento di paradigma. Mettendo sullo sfondo lontano Marte e l’obiettivo naturale di “missione” dopo la luna, l’Amministrazione spaziale Usa, anche per problemi di budget, deviò le priorità verso obiettivi tecnologici intermedi – come la costruzione dello Shuttle, il completamento della Stazione Spaziale Internazionale, la continuazione delle osservazioni scientifiche interplanetarie, il completamento del James Webb Telescope (il sostituto del glorioso Hubble) – che nel corso dei decenni hanno tolto l’attenzione, secondo i critici, dalla Mars mission. Creando anche fallimenti, ritardi tecnologici e spreco di risorse. Pensiamo che oggi gli Usa, dopo la messa in pensione degli Shuttle, non dispongono ancora di un sostituto. E anche gli americani devono ricorrere ai vettori russi come commuters verso la stazione internazionale.

 

Secondo Robert Zubrin – scienziato americano, il più tenace marziologo esistente, autore del “The Case for Mars” e fondatore della Mars Society –  e di Michael Griffin – amministratore Nasa interprete della Vision for Space Exploration di George W.Bush, dimessosi nel 2009 per contrasto con gli indirizzi dell’Amministrazione Obama – il focus della polemica sullo stallo spaziale americano è Marte: la nuova Amministrazione democratica, a loro avviso, ha causato rallentamenti e ritardi nella Mars Mission.

 

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