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Francesco Pischedda aveva 29 anni, era originario della Sardegna e viveva in Valtellina con la sua compagna e la loro bimba di 9 mesi.
Francesco faceva il poliziotto nel Febbraio 2017, di notte, dopo un inseguimento ad un furgone rubato che non si era fermato all’Alt, è caduto da un’altezza di dieci metri, per bloccare uno dei fuggitivi. Francesco è morto, mentre il fuggitivo è rimasto ferito ed è stato curato (con un spesa pubblica di oltre 100mila euro). Un abbraccio a quella bimba che crescerà senza il Papà. Da mesi i genitori chiedono di fare luce sul caso, nel mirino i soccorsi ed eventuali sottovalutazioni mediche. A proposito di ciò, riportiamo, di seguito, un articolo del Giorno firmato da Daniele Salvo

Quando alle 22.23 di giovedì 2 febbraio 2017 arriva e viene ricoverato al Pronto soccorso dell’ospedale di Gravedona è ancora sveglio e cosciente Francesco Pischedda, l’agente della Polizia stradale di Bellano che dieci giorni dopo avrebbe compiuto 29 anni ma che invece si è fermato a 28 perché morto poche ore dopo in seguito ad una caduta da un cavalcavia della Super per cercare di arrestate un ladro. Per questo viene classificato come un codice giallo e una priorità 2, riservati a chi non versa in immediato pericolo di vita.

I medici del Moriggia Pelascini tuttavia si accorgono immediatamente che non è vero e che quel paziente, «dirottato» lì dai sanitari del 118, avrebbe dovuto essere trasferito fin da subito al più attrezzato Alessandro Manzoni di Lecco, perché versava già in «condizioni disperate», come annotato a mano da un medico sulla cartella clinica, tanto che il colore di urgenza cambia da giallo in rosso, la priorità viene alzata ad 1 la prognosi dichiarata riservata. Un infermiere invece, forse temendo già come purtroppo sarebbe finita, si prende la briga di segnare di chiamare un sacerdote per l’estrema unzione. In seguito al volo il poliziotto ha riportato traumi al polso sinistro, la frattura esposta dell’omero destro, lesioni a entrambi alle gambe, ma anche traumi a reni, fegato e milza, probabilmente alle vertebre e al capo. Eppure a preoccupare non sono il polso e il braccio rotti, nemmeno le contusioni ai reni, al fegato e alla milza, né il polmone collassato o lo sversamento pleurico. Preoccupa semmai «l’addome a tavola», duro e teso, perché rigonfio del sangue perso dall’emorragia dovuta alla rottura dell’arco aortico e del primo tratto dell’aorta e che, paradossalmente, in qualche modo comprime la ferita rallentandone il dissanguamento. Per questo il 28enne, intorno a mezzanotte e venti ormai del 3 febbraio, dopo diverse trasfusioni, viene trasferito d’urgenza all’ospedale di Lecco, dove arriva all’una e dieci e dove viene immediatamente portato in camera operatoria per essere sottoposto a un intervento chardiochirurgico.

«Agente giunto in peri-arresto – verbalizzano i chirurghi sul referto -. Refrattario alle manovre rianimatorie. Toracotomia in emergenza. Asistolia. Si pratica massaggio cardiaco interno con iniziale ripresa. Nuovo episodio di asistolia. Ripresa del massaggio cardiaco ed iniezione di adrenalina senza osservare ripresa di attività cardiaca. Dopo 20 minuti di manovre rianimatorie si decide di sospendere tali procedure e si constata il decesso». È l’1.55: il suo cuore ha smesso di battere per sempre, non c’è modo di farlo ripartire, ormai è troppo tardi, Pischi è morto.

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