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Ora, su questa base che a me pare solida di somiglianze, di affinità addirittura troppo dirette e trasparenti, vediamo il resto. Che è altrettanto se non più importante, e parla decisamente a favore di quella nobile anticipazione storica del fenomeno Trump che abbiamo conosciuto e ardentemente sostenuto o fieramente avversato per vent’anni, qui, nella provincia dell’impero che ne è anche la capitale culturale e il laboratorio istituzionale (il fascismo e la leadership dell’outsider, quella grossa, spessa, credibile, ma anche pop e rutilante, siamo noi ad averli inventati, chiaro?, l’America di oggi nasce nel reaganismo brianzolo). Berlusconi faceva l’occhiolino alle paure e alle frustrazioni diffuse, ma era ed è un tremendo ottimista, un formidabile evocatore di sogni, non di incubi. Il miracolo nuovo italiano, e grande, puntava su meno stato, almeno sulla carta, e sulla libertà fino ad allora sconosciuta al lessico politico nazionale, l’America di nuovo grande è restauratrice, chiusa, odiosa, filistea. Berlusconi fu un grande rassembleur, un federatore di tutto quello che non si identificava con l’ideologia e la prassi della sinistra, per di più di eredità cattolico democratica e comunista; Trump è un tipo che divide quel che prima di lui, non solo nel successo con Reagan e i Bush e i neoconservatori, ma con il glorioso fallimento di Goldwater e del suo estremismo conservatore-liberale, era stato unito, federato e portato sulla scena. Il Cav. diede all’Italia l’incarnazione del maggioritario, lo ha fatto funzionare, ha creato l’alternanza sconosciuta fino ad allora di forze diverse alla guida del governo e dello stato; Trump promette l’inverso, un meccanismo di blocco delle alternative, di indebolimento fatale della constituency della destra repubblicana. Ha anche lui i suoi ammiccamenti, e ne riceve, molti anche tra i radicali e i liberal lo preferiscono, più o meno clandestinamente, a un Ted Cruz, perché certo the Donald tutto è tranne che un bigotto, un disciplinatore di valori. Poteva fare tutto questo casino sul versante democratico, dove molti punti programmatici lo avvicinano al delirio di Bernie Sanders, uno che secondo lo spiritoso senatore Lindsey Graham è “andato in viaggio di nozze a Yaroslav, in Unione Sovietica (vero, ndr), e non è mai tornato”.

Berlusconi è molto simpatico, è insieme formidabile e buffo, mentre Donald è entertaining, questo sì, non lo si può negare, ma ha un ghigno sospetto e ciarlatanesco che lo accompagna in tutte le sue avventure, anche quelle di jet setter e di cocco della East Coast newyorchese. Infine, Berlusconi ha in qualche senso salvato la Repubblica da chi aveva assassinato i suoi partiti, è uomo di sbocco e di incanalamento delle forze, Trump è fino a prova contraria un avversario della Repubblica americana per tutto quello che ha significato e significa nel mondo. Certo, nelle mani di Obama per otto anni, l’America ha trovato un destino manifesto di miniaturizzazione delle sue ambizioni mondiali e della sua funzione di portabandiera delle libertà a ogni latitudine, si è chiusa e si è isolata pericolosamente con una politica estera cinica e di modesto opportunismo, in più è vissuta solo di retorica multiculturale. Trump è in questa accezione la risposta politicamente scorretta all’ideologismo liberal di Yale e di Harvard, e alle sue capriole ora si contrappone, con funzione di nemesi, il suo incredibile numero da circo. Fatte le analogie e le differenze, bisogna pur dire che Berlusconi era promettente, Trump è minaccioso. Il che è un bella differenza. Mi si dirà che l’America è come lo struzzo e lo spirito, durissima coquit, digerisce tutto. Lo spero.

Roma, 6 marzo 2016

fonte IlFoglio

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