Quattro anni senza Bud Spencer, la figlia Cristiana Pedersoli: “Era il mio gigante buono”

“Si riteneva un dilettante in tutto: nello sport, nella vita, nel cinema. Se si fosse concentrato solo su una cosa, si sarebbe perso tutto il resto”. Basterebbe questo ricordo di Cristiana Pedersoli, figlia di Carlo Perdersoli, per intuire la fenomenologia di Bud Spencer, icona della cultura popolare nel nostro Paese e nel mondo. L’uomo che, per dirne una, nel 1999 la rivista Time ha col­locato al primo posto tra gli attori italiani più famosi del mondo.

Sulla figura “sontuosa” e “multiforme” di suo padre, Cristiana Pedersoli – la seconda figlia di Bud, che vive a Roma dove ha ideato insieme al padre il pro­getto “No Regrets”, volto alla raccolta di fondi per la tutela dei diritti dell’infanzia e a sostegno delle donne vittime di violenza – ha scritto un libro “Bud. Un gigante per papà” (Giunti), un diario di ricordi familiari in cui vengono svelti per la prima volta ai lettori una miriade di aneddo­ti così vividi da provocare nel lettore l’illusione che Bud, scomparso il 27 giugno 2016 all’età di 86 anni, sia ancora tra noi. Anche grazie al notevole apparato fotografico che rende giustizia alla vita “fuori misura” di Bud Spencer: campione di nuoto, olimpionico, attore autodidatta, musici­sta, compositore, amante del volo e amico (inseparabile) di Terence Hill. Quando le dico che la sto chiamando da Santa Lucia, dove ha sede la redazione di Fanpage.it ed è la via dove suo papà è nato e cresciuto, a Napoli, per un attimo la voce di Cristiana Pedersoli è attraversata dall’emozione.

Suo padre amava molto le sue origini napoletane?

Molto. Le rivendicava sempre. Di sé in giro nel mondo non diceva di essere italiano, ma partenopeo. All’epoca, siccome non conoscevo Napoli, non comprendevo la natura di questo rapporto così intimo e speciale. Poi l’anno scorso mi è capitato di venire in città per la mostra dedicata a Bud e in poco tempo ho capito quanto sia radicata l’identità di popolo tra i napoletani a cui, evidentemente, nemmeno un uomo cosmopolita come mio padre è venuto meno. Bud diceva sempre: “Se non fossi nato a Napoli, non sarei mai diventato ciò che sono. Sin dalla nascita, Napoli ti insegna l’arte della recitazione, che poi significa imparare ad affrontare la vita…”

Torniamo per un attimo all’idea di dilettantismo di Bud, professato come manifesto di vita.

Il suo allenatore di nuoto gli ripeteva sempre che sarebbe potuto diventare il migliore se solo si fosse concentrato sullo sport e basta. O se avesse smesso di fumare e messo la testa a posto, smettendo di inseguire le ragazze. Progettò un rimorchiatore, una vera e propria casa galleggiante su cui trascorrevamo le vacanze. Lavorò in America Latina, entrando in contatto con gli sciamani dell’Amazzonia, fece i lavori più disparati, studiò Chimica e Giurisprudenza all’Università e per un solo esame non conseguì la laurea. Bud era così, voleva godersi la vita e non restare rinchiuso in una delle tante strade che aveva scelto di intraprendere. Restare un dilettante, era il suo modo per restare vivo.

Eppure, per professarsi un dilettante, nel cinema ha ottenuto successi incredibili.

Ancora oggi i suoi film sono oggetto di culto per migliaia di fan. Intere generazioni di spettatori in tutto il mondo sono cresciuti guardandoli. Col senno di poi, rivedendoli oggi, ho la sensazione che al loro interno fosse delineato un percorso inconsapevole che rifletteva il senso della vita per mio padre. Quando gli offrivano un ruolo, per Bud era prioritario il discorso sui principi del personaggio che avrebbe dovuto interpretare. Teneva tantissimo all’idea di trasmettere positività al pubblico. L’importante per lui era non trasmettere valori negativi. Per questo nei suoi film spesso i personaggi sono paladini dell’ingiustizia contro i soprusi dei più forti. C’è Bud Spencer in difesa dei bambini, degli ultimi, dei ragazzi del terzo mondo…

Da molti “Piedone l’africano” è considerato un film paternalista, tuttavia è anche una pellicola che ha dalla sua una chiara visione antirazzista.

Sì, mio padre era molto attento al tema del razzismo. Ricordo che all’epoca, durante le riprese in Sudafrica, andò a fine giornata con la troupe in un ristorante e volle portare con sé il bambino che interpretava Bodo nel film. Cosa che naturalmente l’apartheid a quel tempo non permetteva. Così, al diniego da parte dei ristoratori di dar da mangiare a Bodo e ai suoi genitori, Bud si alzò e se ne andò, non mise mai più piede in quel ristorante… Successivamente ebbe un bel po’ di noie per aver infranto le regole della segregazione razziale in un Paese fondato proprio su quello.

In “Bud. Un gigante per papà” molto spazio è dedicato anche alle altre passioni di Carlo Pedersoli. Tra queste, c’è il volo.

Nutriva una passione fortissima per ogni cosa che avesse un motore, perché era un uomo proiettato al futuro. Il volo è stata la sua grande passione, prese anche il brevetto. Cosa che lo portò, durante le riprese di “…più forte, ragazzi!” a compiere una vera e propria follia: decollò con un aereo di scena, senza il permesso del regista e della troupe. Per lui fu una gioia immensa. Per fortuna riuscì anche ad atterrare.

Mitiche, nella filmografia di Bud Spencer, resteranno le scene che hanno a che fare col cibo. Che rapporto aveva?

Amava i manicaretti. Amava cucinare. Credo che buona parte della sua passione per il cibo sia alla base dell’amicizia con Terence Hill.

Perché?

Il loro sodalizio era nato a casa nostra, dove spesso Terence veniva a pranzo. Mangiavano gli Spaghetti alla Maria e i Fagioli alla Bud nella roulotte di papà, dove si rinchiudevano a discutere le sceneggiature e a costruire le scene dei film che avrebbero interpretato. Il cibo li ha uniti. Mio padre amava mangiare, mentre Terence già all’epoca seguiva una dieta salutista.

È stata un’esperienza unica. Mio padre sosteneva che fossero l’unica coppia del cinema che non aveva mai litigato. D’altro canto, non ce n’era motivo perché si completavano a vicenda. Bud era un uomo privo di rancori, aveva un animo sereno e tranquillo, mentre Terence è quella che si dice una persona perbene, lo è sempre stato… Il loro sodalizio è durato anche per questo: tra di loro c’era un rapporto simbiotico, empatico, nonostante fossero molto diversi. Anzi, forse proprio perché erano diversi.

Cosa le manca più di del papà-gigante a distanza di quattro anni dalla morte?

Il suo abbraccio. È la sensazione più forte che oggi mi manca, perché lui dava equilibrio a tutta la famiglia. Era una persona così positiva che al suo ingresso in una stanza chiunque sarebbe riuscito ad avvertirla. Come padre e come uomo, anche per le sue dimensioni, trasmetteva un senso di pace e sicurezza. Questa stessa sensazione ce l’hanno ancora oggi i suoi fan, sono tantissimi i riscontri quotidiani sull’importanza che mio padre ha avuto per molti di loro. Bud era un gigante speciale, un portatore sano di allegria…

 

Ricevi gratuitamente e direttamente sulla tua casella di posta elettronica aggiornamenti sul mondo delle Forze dell’Ordine, Video, Consigli e info su Concorsi nelle Forze Armate

Potrebbero interessarti anche