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Matteo stai sereno, tanto non si voterà prima di un anno. E cioè, dice Giorgio Napolitano «alla scadenza delle legislatura, come negli altri Paesi civili».

Matteo però non sta per niente sereno, soprattutto da quando si è accorto che tra la sua voglia di riscatto e le elezioni si è alzato un massiccio muro istituzionale, una barriera alta e autorevole, difficile da sfondare o aggirare. Contro Renzi, o meglio, contro le sue accelerazioni, è infatti sceso in campo al gran completo il partito dei presidenti. Esternazioni pubbliche, discrete moral suasion, riferimenti obliqui. Ognuno con suo stile e il suo frasario, tutti comunque con le stesso obbiettivo: frenare la corsa alle urne, almeno finché alla Camera e al Senato non ci saranno due sistemi elettorali omogenei che garantiscano governabilità.

Del resto vigilare sulla stabilità è uno dei compiti del capo dello Stato e, chiunque sia salito sul Colle, si è sempre mosso in questa direzione. Il ruolo è quello, se in Parlamento c’è una maggioranza non si scioglie, come spiega apertamente Napolitano: «Per togliere le fiducia ad un governo deve accadere qualcosa. Non si fa per il calcolo tattico di qualcuno…».

Sergio Mattarella, almeno secondo quanto filtra dal Quirinale, la pensa allo stesso modo. Il voto anticipato non è un tabù, però fin quando Gentiloni avrà un programma da attuare, deve restare in carica e favorire un accordo parlamentare per una nuova legge elettorale, che per altro è il motivo per il quale, dopo le dimissioni di Renzi, il capo dello Stato non ha mandato tutti a casa. E se davvero si intende chiudere la legislatura prima del 2018, almeno si tenti di assicurare «il miglior risultato» possibile alle urne, ossia una nazione governabile. Adesso non è così, nonostante il pronunciamento della Consulta sull’Italicum, perché, come ha detto ai suoi interlocutori, «due sentenze non fanno una legge». Senza contare che l’incapacità di varare un sistema elettorale equilibrato certificherebbe il totale fallimento del Parlamento.

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