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Caro direttore, il garantismo del Pd rispetto alla Commissione Antimafia non può essere stop and go a seconda delle stagioni e delle convenienze. Non ho mai detto una parola contro la magistratura e le varie inquirenti parlamentari che si sono succedute avendo fatto tesoro della lezione che ci ha lasciato Giulio Andreotti.
Ero con lui all’ippodromo romano di Tor di Valle, una sera d’estate, quando Claudio Vitalone lo informò che Giancarlo Caselli era stato nominato dal Csm Procuratore capo a Palermo. «Una persona seria», commentò , e andò anni dopo a stringergli la mano quella volta che lo incrociò durante il lungo processo.
Vedere il Pd, che non ha memoria, scagliarsi contro Rosy Bindi e la Commissione Antimafia mi fa sorridere anche se la pubblicazione dell’elenco dei cosiddetti impresentabili è aberrante per almeno due motivi: dapprima, davanti al principio costituzionale dell’innocenza fino al terzo grado di giudizio, e in secondo luogo per la sgradevole sensazione di una finta giustizia ad orologeria a 48 ore dal voto.
Quella stessa commissione è stata per anni lo strumento privilegiato da parte del Pci per scardinare la Democrazia cristiana siciliana e fare da cassa di risonanza all’oscura stagione dei cosiddetti pentiti.
Ricordo bene come l’alfiere di quella operazione sia stato un ex magistrato di punta a Torino, Luciano Violante, con il convinto supporto del partito comunista. Violante costruì su quella Commissione la sua carriera politica che lo portò fino allo scranno più alto di Montecitorio; solo ora, dopo molti anni, e quando i guasti sono stati compiuti, anche lui ha fatto un mea culpa del quale gli va dato atto ma che non gli è bastato – almeno per adesso – per accedere alla Corte Costituzionale.
E fu proprio davanti a quella Commissione parlamentare che fece il trionfale ingresso in Parlamento il mafioso pentito Tommaso Buscetta, il quale con le sue rivelazioni a rate ha riempito migliaia di pagine tenendo impegnati per anni tribunali e forze di polizia.
Giocavo a carte con il presidente Andreotti quando in televisione vide la prima immagine di Totò Riina, appena catturato. «Chi se lo poteva immaginare il capo della mafia con una giacca di tweed verde che sembrava uscito dal circolo della caccia…», ci fece notare. Per poi essere accusato, con un incalcolabile danno non solo per lui ma per il nostro Paese, di averlo non solo incontrato ma addirittura baciato, proprio lui che a stento baciava sua moglie.
Anche sui pentiti, nonostante il prezzo pagato, Andreotti non ha mai cambiato idea. Li considerava uno strumento fondamentale per la lotta alla mafia ed alla criminalità organizzata, ma si limitava a chiosare che le rivelazioni dovevano essere fatte per una sola volta e non suggerite da inchieste giornalistiche o, peggio, suggestionate da ipotesi investigative.
L’antimafia come sottolineava Leonardo Sciascia che incontravo assieme a Lino Iannuzzi, è stato il grimaldello per abbattere un sistema che con qualche distorsione aveva contribuito alla crescita dell’Italia.
E adesso come allora anche Rosi Bindi, sulla scia di Violante, non ha resistito dal far diventare una commissione parlamentare un tribunale del popolo capace di dare patenti di affidabilità.
Non vorremmo che ora, nell’affacciarsi di un nuovo sistema di potere diventasse uno strumento aberrante di lotta politica. Renzi dovrebbe ricordare questi fatti e decidere di diventare davvero garantista. Non solo nell’interesse di qualche amico della Val d’Arno ma di tutti.

di Luigi Bisignani

Fonte Il Tempo

Roma, 31 maggio 2015

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