Quirinale, gli 80 problemi di Renzi e Berlusconi.

Questo è il numero dei franchi tiratori: impossibile l’elezione nei primi tre scrutini. Occhi puntati su minoranza Pd, fittiani e scontenti.

Quirinale, gli 80 problemi di Renzi e Berlusconi.

19 Gennaio 2015 – C’è una data cerchiata in rosso nell’agenda di Matteo Renzi: quella di domani, quando al Senato cominceranno i voti più importanti sull’Italicum, compreso quello che dovrebbe consegnare il premio di maggioranza alla lista invece che alla coalizione, com’era previsto nella versione licenziata da Montecitorio. Sarà quello il momento in cui si potrà misurare con una certa precisione il peso del dissenso all’interno di Partito Democratico e Forza Italia nei confronti del Patto del Nazareno.
Se l’intenzione del premier e di Silvio Berlusconi era quella di ricompattare i propri gruppi parlamentari per arrivare relativamente tranquilli alla partita del Colle, non si può dire che la missione stia procedendo nel migliore dei modi. Il caso Cofferati nel Pd, quello Brunetta in FI, dimostrano come nei due partiti pilastri del Patto lo scontento sia arrivato a livelli di guardia. Numeri alla mano, i grandi elettori pronti a smarcarsi nel segreto dell’urna sarebbero almeno un’ottantina, equamente divisi: una quarantina tra i democratici, altrettanti tra gli azzurri. Ma la storia insegna che gli scrutini segreti moltiplicano i «disobbedienti».

L’Italicum, si diceva. Sul premio alla lista è in atto una vera e propria rivolta in Forza Italia. «Se il prezzo per ottenere l’entrata in vigore dal 2016 è consegnare il Paese a Renzi per i prossimi vent’anni, dovremmo chiederci se è il caso di pagarlo» riflette un forzista vicino a Raffaele Fitto. Il sondaggio pubblicato ieri dal Corriere della Sera – che ha certificato che se il centrodestra corresse unito sarebbe a soli due punti dal centrosinistra – ha rafforzato ulteriormente questa posizione. Al punto che ieri la vicesegretaria piddina Deborah Serracchiani ha invitato i grillini a dire sì al premio di lista. Meglio imbarcare voti di riserva per pareggiare gli eventuali dissidenti.
Attualmente Forza Italia è divisa in tre tronconi. Ci sono i fedelissimi di Berlusconi, più o meno convinti dell’ineluttabilità del Nazareno; i fittiani – quasi una quarantina – apertamente contrari; e una zona grigia composta da parlamentari legati al leader ma scettici sulle sue ultime mosse. Il caso più eclatante è quello di Brunetta, esploso fragorosamente sabato sera, ma la posizione del capogruppo alla Camera avrebbe più estimatori di quanto si possa immaginare. Facile ipotizzare che proprio l’elezione del Capo dello Stato sia il terreno sul quale questo dissenso «silenzioso» potrebbe emergere ufficialmente.

Sul fronte democratico la situazione è analoga. Gli esponenti della cosiddetta minoranza si sono schierati apertamente contro l’ipotesi dei capilista bloccati nell’Italicum e faranno sentire la loro voce al Senato. «L’indisponibilità a ridiscutere questo punto può generare “strappi” nel partito. Presupposto per affrontare l’elezione del Capo dello Stato con serenità è invece l’unità del Pd» avvisa il bersaniano D’Attorre. Mentre Stefano Fassina sgancia una bomba: «L’addio di Cofferati e il caso del decreto fiscale certamente non aiutano a costruire un clima positivo. Il modo sbrigativo, offensivo per la dignità di Cofferati, con cui la sua scelta è stata trattata, peserà notevolmente sul Quirinale». Più che un avvertimento, è una minaccia vera e propria. Ribadita da Giuseppe Civati: «Spero che ci sia un Capo dello Stato non votato solo da Berlusconi ma anche dalla sinistra. Deve rappresentare anche una parte che altrimenti si sentirebbe orfana ed esclusa». Oggi il premier incontrerà i senatori dem per serrare i ranghi, ma già per domani sarebbe in programma una riunione tra tutti i parlamentari della minoranza per coordinare le varie correnti.

Il numero dei potenziali franchi tiratori, quindi, è attestato sulle 80 unità, ma con tendenza a salire. Una cifra sufficiente a impedire l’elezione di un nome grato a Renzi e Berlusconi (Amato?) nelle prime tre votazioni, quelle in cui è necessario il quorum dei due terzi, ma teoricamente «sopportabile» dalla quarta in poi. Sempre che polemiche e mosse sbagliate non amplifichino il dissenso. E se alla leadership di Renzi è finora mancato qualcosa, è stata proprio la capacità di farsi amare da tutto il partito. Un’arroganza, che ora l’ex «rottamatore» potrebbe pagare cara.

(fonte Carlantonio Solimene su Iltempo)

A.P.

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