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Lo bloccò mentre scappava con il bottino arraffato in un negozio. Più tardi il carabiniere, in servizio nel cuore sofferente di Napoli, mi telefonò amareggiato: «Il ladro è andato a casa prima di me. L’hanno denunciato e rimesso in libertà, io invece sono rimasto in caserma ore e ore per accertamenti e adempimenti burocratici. Anche perché nel corso dell’azione ho estratto la pistola per fargli intendere che non scherzavo». Sembra una battuta, è la realtà drammatica del nostro sistema giudiziario.

Un meccanismo che non funziona mai come dovrebbe. Batte il tempo troppo presto oppure troppo tardi. Il metronomo non tiene quasi mai il passo della realtà, come è successo ad Alatri: qui un giovane è stato ammazzato per motivi che nemmeno si riesca a balbettare tanto appaiono sfilacciati, vuoti, inconsistenti. Si capisce invece, e pure bene, che in questa storia c’è di mezzo la droga.

I partecipanti all’orrenda spedizione punitiva – anche se non è chiaro perché dovessero punire Emanuele- erano, a quanto sembra, almeno in parte sotto l’effetto di stupefacenti. Ma c’è di più, molto di più: Mario Castagnacci, ora in carcere perché ritenuto uno dei killer di Emanuele, era stato fermato la sera prima per droga. Attenzione: non il possesso della quantità necessaria a soddisfare l’uso personale; no, nell’appartamento alla periferia di Roma, in cui Castagnacci viveva con altre tre persone, i carabinieri avevano trovato 43 grammi di hashish, 6 grammi di marijuana, 7,5 grammi di cocaina, confezionata in 4 involucri.

Non basta: nella casa c’era pure un libro in cui venivano annotati guadagni, acquirenti, stupefacenti venduti. Invece venerdì mattina Castagnacci aveva riafferrato la vita di prima. Il giudice aveva convalidato il fermo ma poi non aveva ritenuto di blindarlo non dico in cella ma nemmeno ai domiciliari. Così la sera lui e il fratellastro, secondo i testimoni, hanno guidato la barbara caccia all’uomo, condotta con una ferocia che ricorda i massacri rivoluzionari.

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